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domenica 18 maggio 2014

L'incubo dello scrittore: il giudizio

Sottoporre la propria opera al giudizio degli altri credo sia l'incubo più ricorrente per ogni autore; che si scriva per professione o per diletto, per passione o per la fama arriva per tutti il temuto momento del confronto  con il giudizio altrui.

Far leggere il testo agli amici
Per "rompere il ghiaccio" in genere si propone il proprio prezioso scritto prima ad amici e parenti per saggiare la loro reazione.
Un pubblico in genere ben disposto nei nostri confronti, a volte portato a enfatizzare il nostro lavoro, raramente a stroncarci, o almeno capace di farlo in modo diplomatico.
Da piccolo (ma spesso anche adesso in realtà) avevo molte remore a dire "che scrivo" e a proporre a qualcuno di leggere le mie creazioni.
Tanti amici carissimi hanno ignorato per anni (e forse non conoscono ancora) questa mia passione, riemersa prepotentemente solo negli ultimi anni grazie a internet.
Se qualcuno nonostante tutto riusciva a scoprirlo gli lasciavo il dattiloscritto tra le mani e con una scusa mi rifugiavo in un'altra stanza mentre lo esaminava, un po' per non influenzare il suo giudizio con la mia presenza, un po' per non vedere le sue espressioni di disappunto o soddisfazione. Si sa che a volte la mimica facciale dice molto più delle parole.  ;-)
Mi faceva sentire "sotto esame", come quando l'insegnante analizzava i compiti scritti in classe, evidenziandone pregi e difetti.
Superata questa fase di panico tornavo nella stanza, cercando di mascherare le mie emozioni e contemporaneamente di capire il loro pensiero.

In genere ci sono tre tipi di reazione, con varie sfumature intermedie:
  • imbarazzo, se lo scritto non ti è piaciuto e non sai come dirlo
  • diplomatico, con complimenti di circostanza buoni per ogni occasione
  • sincero apprezzamento, magari unito a qualche buon consiglio.
Finora fortunatamente sono prevalsi i commenti "del terzo tipo", forse perché il campione statistico dei miei lettori non era molto ampio oppure era stato "ben selezionato".  ;-)
Ottimo per il morale e l'autostima, purtroppo ci dice ancora poco sulle nostre reali capacità.

Proporsi agli editori
Il passo (quasi) obbligato per ogni "scrittore" che intenda pubblicare i propri libri e farsi conoscere è sicuramente la ricerca di un editore, stando attenti ai tanti speculatori che spesso approfittano dei sogni altrui.
Nell'immaginario collettivo l'editore è colui che seleziona gli autori più validi, aiutandoli prima di tutto a crescere artisticamente e poi a pubblicare e diffondere le proprie opere, investendo in prima persona tempo e denaro.
Nelle mie letture infantili figurano anche autori che avevano instaurato un rapporto duraturo e proficuo con i loro editori, Jules Verne con l'editore francese Pierre-Jules Hetzel e Isaac Asimov con John Campbell, per cui anch'io avevo un'idea romantica di tale figura che col tempo ho dovuto in parte  ridimensionare.
Forse per timidezza, forse perché ancora non mi sentivo pronto, per anni ho rimandato ogni contatto con il mondo editoriale di cui pertanto non ho avuto un'esperienza diretta,  almeno come autore.
Come lettore purtroppo devo constatare una situazione poco incoraggiante
Da un lato i grandi editori, preoccupati solo del profitto immediato, che hanno smesso di investire in autori nostrani, dedicando tutte le loro cure a personaggi famosi o a sporadiche traduzioni di firme estere di chiara fama. 
Dall'altro una miriade di piccole case editrici focalizzate solo su settori di nicchia e un pubblico selezionato. Alcune professionali e agguerrite, ma con un budget limitato e non sempre in grado di promuovere efficacemente i propri autori.
Altre trincerate nella loro torre d'avorio, in apparenza senza alcuna voglia di scoprire nuovi talenti, che si limitano a criticare a priori gli scrittori esordienti, ammettendo poi candidamente di mandare al macero gran parte dei manoscritti che ricevono senza averli mai letti, a volte neanche sfogliati.
Capisco che le montagne di carta possano fare paura perché ti obbligano a investire soldi e formare professionalità capaci di fare una selezione, ma in fondo questo dovrebbe essere il loro mestiere. Piuttosto che lamentarsi della crisi dell'editoria, della gente che non legge, degli scrittori che non sanno scrivere e altri luoghi comuni simili  forse dovrebbero cominciare a rivedere il loro modo di lavorare: stabilendo delle regole certe per l'invio, possibilmente non solo cartaceo, magari spiegando cosa desiderano, come ad esempio nelle istruzioni di Giulio Mozzi o della rivista Altri Sogni.
Oppure utilizzando internet per scoprire autori promettenti che hanno già diffuso qualcosa in rete o pubblicato in self-publishing, sfruttando gli store che permettono di leggere una breve anteprima gratuita dei testi, di solito sufficiente per capire se può essere interessante.

Il self-publishing
La terza via, che oggi fa tanta paura al mondo editoriale tradizionale, è il self-publishing in cui l'autore si assume la responsabilità di tutte le fasi della filiera editoriale a livello di editing, impaginazione, stampa e ditribuzione, diventando editore di se stesso.
Un sistema oggi favorito dalla nascita di varie piattaforme di autopubblicazione che consentono a chiunque di poter creare da solo il proprio libro scegliendo in maniera consapevole di investire nelle proprie capacità, mettendosi in gioco in prima persona.
In altri paesi il self-publishing è ormai una realtà affermata, capace di competere con le grandi case editrici, che spesso individuano e pubblicano opere inizialmente autopubblicate. Titoli spesso poi puntualmente tradotti in italiano e riproposti anche dai nostri lungimiranti editori, che invece snobbano le produzioni indipendenti locali.
In Italia ancora c'è una forte resistenza, un'accesa opposizione che a volte raggiunge inspiegabili toni da crociata; viene considerato solo una scelta di ripiego, la consolazione egoistica di chi ha ricevuto tanti rifiuti dalle case editrici, una fabbrica di illusioni e libri di scarsa qualità.
Anch'io ho esitato molto prima di sceglierlo e individuare una piattaforma come Youcanprint adatta alle mie esigenze che mi consentisse di poter impostare il lavoro a modo mio, senza imposizioni, condizionamenti e false promesse.
Mettere il proprio nome sulla copertina di un libro non è solo un atto narcisistico, come molti pensano; è invece una grossa responsabilità perché dice chi sei, cosa vuoi comunicare, come cerchi di arrivare agli altri, in una parola la tua credibilità come autore.
Bisogna comunque sempre avere l'umiltà di rimettersi in cammino continuamente, senza sentirsi mai arrivati, sia che tu abbia venduto milioni di copie, sia che ne abbia vendute una decina. L'importante è riuscire (o almeno cercare di) trasmettere delle emozioni.

Il giudizio del lettore
Il self-publishing forse ha rivoluzionato il mondo dell'editoria perché ha creato un rapporto diretto tra autore e lettore, consentendo in teoria ad ogni esordiente di avere in rete la stessa visibilità di un classico della letteratura.
In pratica le cose son un po' diverse:  per acquistare un libro devi prima di tutto sapere che esiste e poi riuscire a trovarlo in tempi rapidi, e non è sempre facile riuscire a farsi conoscere.
Il lettore occasionale spesso acquista per impulso, senza una pianificazione, prendendo i primi libri che colpiscono il suo sguardo. Lo sanno bene le grosse catene che mettono le pile dei loro bestseller in vicinanza della cassa per invogliarne l'acquisto, magari puntando su nomi già noti in altri ambiti.
Il lettore esperto sceglie l'opera o l'autore che desidera leggere, il lettore occasionale spesso compra quello che trova perché non sa di poter trovare anche altro.
Il self-publishing è spesso accusato di proporre opere di scarsa qualità, di vendere poco e inquinare il mercato editoriale con troppi titoli.
Libri di scarsa qualità sono presenti nel self-publishing come nell'editoria tradizionale; oggi sta al lettore riconoscere gli autori validi visto che ormai è forse venuta meno la funzione di "garanzia" svolta un tempo dagli editori e il successo di un libro dipende anche dal passaparola tra coloro che lo hanno letto, un veicolo spesso più efficace e veritiero di tante costose campagne pubblicitarie.
Anche la qualità delle copertine dei libri autopubblicati è cresciuta molto, con proposte originali e creative, spesso migliori di quelle delle grosse case editrici, a volte ancorate a soluzioni minimaliste o adagiate sugli allori dei loro passati successi.
I numeri delle vendite sono sicuramente più contenuti, perché spesso manca una distribuzione capillare nelle librerie e soprattutto la disponibilità delle copie sugli scaffali, in parte compensata dalla presenza in Rete.
Numeri forse risibili in confronto alle grandi tirature in evidenza sulle fascette di alcuni testi in libreria; cifre che, è bene ricordarlo, ci dicono solo quante copie sono state stampate, non quante ne sono state distribuite e vendute realmente (e quante mandate al macero). Dati che spesso le case editrici sono restie a diffondere, persino ai propri autori.
Con il print on demand  invece è possibile stampare le copie necessarie quando servono, senza eccedenze inutili e dispendiose.
Dicono che in Italia si pubblichino troppi libri e molti di scarsa qualità, ma dubito che questo possa dipendere dal self-publishing, fenomeno ancora piuttosto limitato numericamente e non ancora in grado di minacciare seriamente l'editoria tradizionale. Ma forse fa più comodo scaricare tutte le colpe su questa nuova tendenza piuttosto che assumersi la responsabilità di scelte sbagliate.

mercoledì 7 maggio 2014

L'incubo dello scrittore: il refuso

Qual è l'incubo dello scrittore, la paura che più gli impedisce di svolgere serenamente il proprio lavoro? Cercando di dare una risposta a questa domanda mi sono reso conto che in realtà le risposte possono essere molteplici, ogni scrittore ha le sue piccole o grandi fobie. ;-)
Ne elencherò alcune, in ordine casuale; poi magari ciascuno potrà fare la propria classifica personale o magari segnalarmene altre.


Il primo incubo di ogni scrittore (o in generale di chi si occupa di comunicazione scritta) è certamente il refuso, termine di derivazione tipografica che indica un errore di stampa, una  o più lettere aggiunte o dimenticate oppure inserite nel modo sbagliato. Un errore che capita a tutti, anche agli autori più affermati, dovuto alla fretta di scrivere o a una rilettura poco accurata (o a tanti altri fattori imprevedibili) e ormai entrato nel linguaggio comune per indicare ogni generico errore di scrittura.

Attenti ai correttori ortografici
Con l'arrivo dei primi sistemi di videoscrittura dotati di correttore ortografico, questo problema sembrava destinato pian piano a estinguersi.
Nella realtà, invece, i refusi non accennano a scomparire; paradossalmente anche a causa della troppa fiducia che a volte riponiamo in questi strumenti, certamente utili, ma non sempre capaci di segnalare tutti gli errori.
Il correttore si limita in genere a segnalare le parole non presenti nel proprio dizionario, considerandole a torto errate oppure promuovendo parole esistenti, ma usate in maniera impropria.
Per non parlare di quando, inebriati dalla possibilità di sostituire in un colpo solo le occorrenze errate di una certa parola, ricorriamo alla funzione di sostituzione automatica in maniera imprudente, generando danni spesso irreparabili.
L'uso del correttore automatico andrebbe limitato all'individuazione dei soli errori di battitura (i refusi in senso stretto) causati dall'omissione o aggiunta di alcune lettere o dalla loro inversione di posizione all'interno di una parola.

Gli errori tipici
Spesso tendiamo a ripetere gli stessi errori di battitura, soprattutto quando scriviamo velocemente le dita vagano in maniera automatica sulla tastiera lasciando una scia di refusi, di errori che compaiono con maggiore frequenza magari per un'errata posizione delle mani sulla tastiera. Differenti da persona a persona, a volte diversi a seconda del testo che stiamo scrivendo: un romanzo, un articolo o altro.
Il modo migliore per individuarli è scrivere velocemente un brano, senza guardare la tastiera e fare correzioni, meglio se sotto dettatura o ricopiando un testo scritto. Seguire la scia delle parole senza pensare troppo agli eventuali errori.
Poi rileggere il testo con attenzione, segnandosi quelli che compaiono più volte. Se il termine errato compare spesso e la parola è presente frequentemente all'interno del testo da digitare, può essere utile ricorrere alla funzione di correzione automatica, che sostituisce il termine corretto durante la digitazione. Bastano solo pochi minuti per programmare la nostra lista di errori tipici, tutto tempo guadagnato nella successiva fase di revisione.
Un modo anche per conoscere meglio i nostri limiti e non sentirci onnipotenti, difetto spesso frequente negli scrittori esordienti che spesso tendono a trascurare il controllo manuale del testo o a delegarlo alla macchina.
Per ora meglio affidarsi ancora a un lettore "umano", possibilmente diverso dall'autore, portato per natura a individuare gli errori altrui, ma non i propri.
Un meccanismo inconscio che ci porta a non vedere realmente la frase scritta sul monitor o su carta quanto piuttosto una nostra elaborazione mentale, quello che noi vorremmo scrivere piuttosto che quel che compare realmente sul monitor o sul foglio.

Tutti linguisti!
Un po' più complesso il discorso relativo agli errori grammaticali e sintattici, non sempre dovuti  a una scarsa conoscenza della nostra complessa lingua.
Forse anche a voi sarà capitato di scrivere frettolosamente "qual è" con l'apostrofo o "po'" con l'accento, pur conoscendo le regole grammaticali sottese a queste eccezioni, purtroppo abbastanza frequenti nella nostra lingua.
Oppure sentirsi correggere qualche "d eufonica" dal pedante di turno, convinto paladino della lingua italiana, desideroso di debellare l'ignoranza altrui con l'entusiasmo e il rigore dei neofiti.
Negli ultimi anni si sono moltiplicate le pagine dedicate ai rudimenti della lingua italiana il che da un lato evidenzia la necessità di supplire a dubbi o addirittura carenze oggettive, dall'altro mostra una preoccupante tendenza a schematizzare tutto in una lista di regolette (non sempre corrette) diffuse a volte con il copiaincolla, senza comprenderne le ragioni.
Nonostante i linguisti continuino a ripetere che non esistono regole certe e che ogni lingua si evolve e trasforma negli anni, troviamo purtroppo anche chi cerca di imporre la propria visione, trasformando in dogmi quei pochi concetti appresi frettolosamente da qualche schema riepilogativo trovato in rete.
Tabelle utili, se servono solo a tenere a mente gli errori più frequenti, ma deleterie se usate per discriminare chi ha una formazione culturale diversa, considerando errore tutto ciò che non rientra nei propri schemi e ignorante chiunque utilizzi termini considerati ormai fuori moda.

La spinosa questione delle "d"  eufoniche
Un esempio emblematico di questa tendenza alla semplificazione è la questione delle cosiddette "d eufoniche", un problema forse marginale, contro cui si è sviluppata negli ultimi anni una vera campagna discriminatoria sulla Rete, con dibattiti dai toni spesso molto accesi.
Basterebbe leggere qualche testo più datato, per ritrovare negli scritti dei maggiori autori molti esempi della presenza di questi elementi che hanno sempre fatto parte a pieno titolo della lingua italiana. Almeno fino a che qualche zelante editor o innovativa casa editrice ha preferito abolirle per ragioni ignote trasformando quello che un tempo era ritenuto segno di ricercatezza stilistica in un imperdonabile errore.
Alcuni sostengono che siano ormai inutili e risultino indigeste ai lettori moderni, ma di fatto finora ho sentito solo giustificazioni piuttosto labili.
Perfino la soluzione "salomonica" adottata dall'autorevole Accademia della Crusca, che limita l'uso della "d" ai soli casi di incontro di vocali uguali, mi sembra solo un compromesso poco soddisfacente; infatti appena enunciata la regola generale, subito si contraddice con una serie di eccezioni non eliminabili perché ormai entrate nell'uso comune e difficilmente sostituibili.
A quel punto tanto valeva lasciare libertà d'uso, accontentando sia "i nostalgici" sia le nuove generazioni che non ne vedono più l'utilità pratica.
In attesa che il tempo ne decretieventualmente l'estinzione definitiva.
Personalmente le usavo (e a volte le uso ancora) e qualche volta ho anche dovuto subire delle critiche immotivate. Dopo aver cercato vanamente di spiegare che non sono un errore mi sono dovuto anch'io rassegnare all'uso comune, rinunciando a combattere contro i mulini a vento e a impelagarmi in dibattiti linguistici probabilmente di scarsa importanza.
Con il disagio comunque di dover accettare una soluzione "imposta" senza motivo, sperando che un giorno non ci costringano anche a ritenere normale scrivere "xché" o mettere le "k" dappertutto.
Non so se sia un'evoluzione per la nostra lingua, di certo è una piccola sconfitta per la nostra libertà di espressione.