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martedì 20 luglio 2021

Tokio 1940 - Una occasione mancata

Nel 2012 sul sito Braviautori, che allora frequentavo più assiduamente, in coincidenza delle Olimpiadi venne organizzato un torneo a squadre denominato «Olimpiadi BraviAutori». In giuria c'erano Massimo Baglione, Angela Di Salvo e Alessandro Napolitano.
Io facevo parte della squdra «The Isle» insieme a Maria Adele Popolo, Windrose e il compianto Andrea Leonelli e per una delle prove, «Raccontare la cerimonia di apertura di una Olimpiade mai avvenuta», scrissi questo «articolo/racconto" in cui immaginavo le Olimpiadi di Tokio 1940, saltate per colpa della Seconda Guerra Mondiale.

Il 23 luglio 2021, Covid permettendo, dovrebbero partire le Olimpiadi di Tokio 2020 e mi è sembrato carino riprendere quel testo, in verità non molto apprezzato dala giuria, ma all'epoca finito tra i primi 10 nella classifica dei testi giornalistici del sito (https://www.braviautori.it/tokyo-1940-l-occasione-mancata.html).

Tokyo 1940: l'occasione mancata

In una calda giornata di metà settembre con una variopinta e spettacolare cerimonia sono stati aperti ufficialmente i Giochi di Tokyo 1940, XII edizione delle Olimpiadi moderne e prime disputate in territorio asiatico. Nell'impressionante maestosità del diamante verde dello Stadio Koshien a Nishinomiya, campo di baseball costruito nel 1924 e capace di contenere oltre 50mila spettatori, si sono ritrovate insieme per un giorno tutte le più alte personalità politiche, sportive e culturali del pianeta: dalla rappresentativa del Terzo Reich capeggiata da Goebbels e dominatrice dell'ultima edizione dei giochi ai rappresentanti del governo fascista italiano con Galeazzo Ciano, dal primo ministro inglese Churchill al collega francese Pétain e al segretario di stato americano Hull. Uniche grandi assenti Polonia e Cina a causa del conflitto armato in corso.
Nonostante un notevole lavoro diplomatico non tutti i paesi belligeranti hanno deciso di aderire alla tregua olimpica e consentire ai propri atleti di partecipare ai Giochi.
Notevole lo sforzo sostenuto dal Giappone che ha impegnato milioni di yen e una organizzazione di migliaia di persone per questa manifestazione che punta a mostrare al mondo intero la potenza dell'Impero del Sol Levante, cercando di superare i fasti di Berlino 1936.
In tutte le principali strade dell'isola sono esposte migliaia di bandiere olimpiche, con i tradizionali cinque cerchi colorati, simbolo dell'unione dei cinque continenti e della fratellanza tra i popoli. Tante anche le bandiere giapponesi, con il tradizionale sole nascente, ripreso anche nell'emblema olimpico.
Anche quest'anno, come nell'edizione tedesca, sono state piazzate decine di telecamere ai bordi dello stadio e degli altri campi di gara per riprendere l'evento. Una scelta ambiziosa, considerando che il sistema televisivo giapponese è nato solo lo scorso anno e il numero di televisori presenti nel paese è ancora piuttosto basso; dettata più che altro da ragioni politiche e propagandistiche e, soprattutto, dalla volontà di non mostrarsi inferiori all'alleato tedesco.
Spettacolare la sfilata folkloristica e degli atleti delle 47 nazioni in gara, un numero inaspettato fino a pochi mesi fa, a causa delle vicende belliche che hanno investito il continente europeo e, seppur in modo meno accentuato l'oriente e l'area del pacifico.
Come tradizione dall'avvio delle Olimpiadi moderne nel 1896 il primo paese a sfilare è stata la Grecia, culla dello spirito olimpico, seguita da tutte le altre nazioni, in rigoroso ordine alfabetico.
Un enorme serpente multicolore di uomini e donne di ogni razza, preceduti dai rispettivi portabandiera, ha lentamente percorso l'intero perimetro interno dello stadio, tra gli applausi del pubblico festante.
Quasi quattromila gli atleti in gara, famosi e sconosciuti, di nazioni grandi e piccole; per un giorno hanno sfilato insieme, dimenticando le rivalità politiche e i conflitti bellici per confrontarsi solo sul piano sportivo.
Tra i protagonisti più attesi lo squadrone tedesco, dominatore dei giochi di Berlino con 33 ori, capitanato dal campione di salto in lungo Luz Long.

Un grande atleta in cerca di riscatto, dopo aver perso l'oro olimpico nel salto in lungo dietro a un immenso Jesse Owens, vera stella di Berlino con i suoi quattro ori olimpici e oggi alfiere della agguerrita squadra statunitense. Tutti i riflettori presto saranno puntati sulla nuova sfida tra Long e Owen, con il ragazzo nero di Cleveland, oggi favorito, dopo un'impresa sportiva eccezionale e un record che certamente resterà a lungo imbattuto.
Grandi le aspettative anche nei riguardi degli altri paesi che hanno ben figurato nella scorsa edizione, guadagnando più di una medaglia d'oro: Stati Uniti (24), Ungheria (10), Finlandia e Francia (7), Svezia, Giappone e Olanda (6), Gran Bretagna e Austria (4), Cecoslovacchia (3), Argentina, Estonia ed Egitto (2).
La squadra azzurra, capitanata da Trebisonda "Ondina" Valla, prima donna italiana a vincere un oro olimpico, si presenta con un gruppo agguerrito.
Giulio Gaudini, Edoardo Mangiarotti e Franco Riccardi gli atleti di punta della scherma con all'attivo due ori individuali e due a squadre.
La nazionale di calcio di Vittorio Pozzo, Campione Olimpica a Berlino 1936 e Campione del Mondo nel '34 e '38, che punta a realizzare una doppietta storica. Ulderico Sergo, oro a Berlino nella boxe — pesi gallo e Romeo Neri, oro nella ginnastica nel 1932, tornato in squadra dopo un brutto infortunio. E poi le squadre di vela, atletica, canottaggio, ciclismo e tanti altri.
Ultimo per cerimoniale è stato il Giappone in quanto squadra del paese organizzatore, accolto da una vera e propria ovazione sotto lo sguardo compiaciuto dell'imperatore Hirohito, circondato dalla famiglia imperiale e dai più alti dignitari. In onore degli atleti e delle personalità presenti, al termine della sfilata alcune giovani, vestite con costumi bianchi e rossi sono entrate lentamente sul campo di gioco, spargendo petali di rosa.
Giunte al centro del diamante si sono posizionate in modo da comporre la bandiera nazionale, applaudita con grande calore dal solitamente compassato pubblico giapponese.
Ha quindi preso la parola il primo ministro Fumimaro Konoe, che ha prima accolto gli atleti con un breve discorso di benvenuto e poi recitato la formula per l'apertura ufficiale dei giochi.
Finalmente ha fatto il suo ingresso la torcia olimpica, accesa qualche mese fa a Olimpia in Grecia, patria delle Olimpiadi; la fiaccola era passata di mano in mano da atleti e gente comune di varie nazioni, percorrendo mezza europa in una estenuante e suggestiva staffetta prima di essere trasportata via nave fino in Giappone.
Nel porto di Yokohama l'atleta tedesco Fritz Schilgen, ultimo tedoforo a Berlino 1936, aveva consegnato la torcia ai colleghi giapponesi che avevano continuato la corsa per le principali città del paese del Sol Levante. L'ultimo tedoforo, Sohn Kee-chung, trionfatore nella gara della maratona a Berlino, è salito da solo verso il grande braciere per accendere la fiamma olimpica, che arderà per tutta la durata della competizione sportiva, come nell'antico rituale greco.
Al termine del discorso sono stati liberati alcuni colombi, simbolo di pace e consegnati a tutti i portabandiera degli uccelli della pace origami, veri capolavori realizzati con fogli di carta piegata in maniera sapiente.
In rappresentanza dei componenti di tutte le squadre in gara, un atleta della nazionale svedese ha infine pronunciato il giuramento olimpico, una formula ispirata all'antico rituale greco, in rappresentanza di tutte le squadre.
Dopo questo suggestivo momento, è stato avviato il programma artistico, tenuto rigorosamente segreto fino all'ultimo istante.
Il momento è stato aperto da migliaia di figuranti vestiti con il caratteristico kimono che hanno fatto ingresso all'interno del campo di gioco, posizionandosi attorno alla bandiera, e si sono esibiti in danze e canti gagaku, accompagnate da strumenti tradizionali.
Un ritmo lento, scandito dai tamburi taiko e dai suonatori di biwa e strumenti a fiato ha incantato il pubblico giapponese e i numerosi spettatori stranieri, portandoli in un mondo di sogno. Perfetto il sincronismo dei danzatori, come mossi da un unico filo.
A seguire hanno fatto ingresso centinaia di allievi delle scuole di arti marziali giapponesi, che, sotto gli occhi attenti dei loro istruttori, si sono esibiti in spettacolari dimostrazioni dei kata, simulazioni incruente derivate dalle antiche tecniche di lotta giapponesi.
Per concludere i figuranti hanno composto dei suggestivi quadri animati, ripercorrendo velocemente la storia dell'impero nipponico, dalle origini, al periodo dei samurai e degli shogun fino ad arrivare al periodo Sho-wa dell'Imperatore Hirohito. Spettacolari, ma forse poco comprensibili da un pubblico non giapponese, anche per la velocità del susseguirsi delle rappresentazioni sceniche.
Una macchina organizzativa perfetta, frutto di una lunga preparazione e della proverbiale dedizione del popolo giapponese, che ha positivamente impressionato tutte le delegazioni straniere.
Non è difficile immaginare che questa olimpiade passerà alla storia come un evento irripetibile.

Nota
Le Olimpiadi che si sarebbero dovute svolgere a Tokyo nel 1940 e che non videro mai la luce del sole a causa della guerra mondiale che contrapponeva una moltitudine di nazioni europee e orientali sarebbero sicuramente state uno dei più grandi eventi sportivi del secolo appena concluso. 
Non sapremo mai cosa sarebbe avvenuto, quali sarebbe stati i risultati storici che l'avrebbero contraddistinta, nè quali nuovi campioni avrebbe forgiato; ci piace immaginare che sarebbe stata una grande competizione, un evento capace di unire genti e culture, dove la battaglia aveva come unico scopo il potersi cingere di una medaglia, in contrapposizione a ben più cruente battaglie che da lì a poco avrebbero fatto scorrere fiumi di sangue in ogni angolo del pianeta, una follia che solo il genere umano poteva partorire.












mercoledì 2 giugno 2021

40 anni senza Rino





Oggi sono 40 anni che Rino Gaetano non c'è più e in tanti stanno omaggiando il geniale artista, scomparso in un terribile incidente stradale il 2 giugno 1981 a soli 31 anni, con articoli e iniziative varie. Difficile dire qualcosa di nuovo, che già non sia stato scritto.
Avevo 12 anni quando Rino ci ha lasciati, conoscevo le sue canzoni più note: "Gianna", "Nuntereggae più", "Berta filava", "Nel letto di Lucia", "Spendi Spandi effendi" e poche altre. La mia preferita era "E io ci sto", insieme ad "Ahi Maria" ed "E cantava le canzoni". 
Allora "Il cielo è sempre più blu" la trovavo troppo lunga, un po' noiosa, non a caso poi l'hanno divisa in due parti.
Dopo la sua morte per parecchi anni non si è più parlato di lui, le radio ignoravano i suoi brani. Nei negozi di dischi era difficile trovare i suoi dischi. Anche tra i miei amici solo in pochi ricordavano Rino Gaetano, i più conoscevano solo "Gianna", i più giovani neanche quella.
Sembrava che Rino fosse destinato a finire nel dimenticatoio, come tanti artisti scomparsi di cui oggi si parla poco, penso a Ivan Graziani, Pierangelo Bertoli e recentemente Mango.
Solo dopo una decina d'anni ho potuto finalmente ascoltare la prima raccolta, intitolata "Gianna e le altre" che conteneva i brani più noti, più gli inediti "Solo con io" e "Le beatitudini".
Rino cantava «penso che fra vent'anni finiranno i miei affanni» e solo a vent'anni dalla sua morte è cominciata la riscoperta dei suoi brani, anche grazie all'uscita di "La storia", un doppio cd che in 24 tracce racchiudeva i brani più popolari tratti dai suoi album.
Qualche anno fa è uscito in edicola il cofanetto "Parola di Rino", forse la raccolta più completa vista finora, che raccoglie in 10 cd i sei album originali, una registrazione tratta dal concerto del 1977 con i Crash a San Cassiano di Lecce e varie demo e inediti. La raccolta si conclude con il CD "Dalla parte di Rino", che raccoglie gli omaggi di altri artisti che hanno voluto cimentarsi con le sue canzoni ironiche e graffianti, ma dense di significato.

A fine mese uscirà la nuova raccolta intitolata "Istantanee e tabù" che ripropone le sue canzoni più rappresentative e materiali inediti come brano «Io con lei».

Un omaggio doveroso per questa ricorrenza, che ha ricevuto anche qualche critica perché considerata l'ennesima operazione commerciale che non propone niente di nuovo sull'artista. Dopo tanti anni, a parte qualche nastro ormai corroso dal tempo credo sia difficile poter proporre qualcosa di nuovo rispetto alle varie antologie che raccolgono i sei album usciti tra il 1974 e il 1980 e altri materiali inediti, ma credo sia importante far conoscere Rino anche alle nuove generazioni, riproporre tutta la sua discografia, non solo i brani più conosciuti.

Iniziative


#rinogaetanoday2021
Il 2 giugno sarà trasmesso in streaming il concerto della «Rino Gaetano Band", organizzato da Anna e Alessandro Gaetano per la XI edizione del «Rino Gaetano day», trasmesso in streaming a partire dalle 18.30 circa sulla pagina Facebook della «Rino Gaetano Band», sul loro canale YouTube e on air su Radio Italia Anni 60 Roma FM 100.5.


Raccontami di Rino!

Il 2 giugno presso il Centro Sociale Brancaleone di Roma Carolina e Pierluigi Germini presenteranno il loro libro Raccontami di Rino!". Modera Nicola Sisto. 
A seguire concerto dei "Ciao Rino", storica coverband che da anni porta in tutta Italia le sue canzoni.

Istantanee e Tabù
Uscirà il 25 giugno la raccolta «Istantanee e Tabù" (Sony Music), realizzata in collaborazione con Anna ed Alessandro Gaetano per celebrare il quarantennale della scomparsa dell'artista calabrese. 
Sarà disponibile nei formati quadruplo LP nero 180 gr in edizione limitata numerata (con 40 brani), doppio LP in pasta colorata (con 20 brani) e doppio CD (con 37 brani), tutti arricchiti da un libretto curato da Paolo Maiorino. La copertina è stata realizzata da Nazario Graziano.

Discografia

Album in studio
1974 – Ingresso libero (It ZSLT 70024)
1976 – Mio fratello è figlio unico (It ZSLT 70029)
1977 – Aida (It ZPLT 34016)
1978 – Nuntereggae più (It ZPLT 34037)
1979 – Resta vile maschio, dove vai? (RCA Italiana PL 31449)
1980 – E io ci sto (RCA Italiana PL 31539)

Link utili

 

 



 

domenica 18 aprile 2021

Custodi della Luce (Allison Wade)


Qualche anno fa ho avuto il privilegio di leggere in anteprima la prima versione di «Custodi della Luce». Una storia avvincente che ho subito apprezzato, pur non essendo un appassionato di fantasy, ma di cui finora non avevo ancora scritto niente. Approfitto dell'uscita di questa nuova versione «riveduta e corretta» per colmare questa lacuna.





«Custodi della Luce» è la prima parte della trilogia fantasy di Allison Wade, incentrata sul «Fiore Eterno», che regola le sorti dell’Impero Bluand grazie ai poteri dei Custodi, ma soprattutto al delicato equilibrio, all'armonia che si crea tra di loro.

Un testo che ritorna oggi in una nuova veste, in gran parte rielaborata e riscritta, quasi un nuovo romanzo, pur mantenendosi fedele all'idea originale.

Sono stati modificati i nomi di alcuni personaggi, riscritte e aggiunte alcune scene, rivista la scansione temporale della narrazione, ora più lineare e semplice da seguire senza il rischio di perdersi tra le vicende dei tanti personaggi. 

Un lungo lavoro di rielaborazione che ha costretto a sacrificare alcune parti o a riordinarle in modo diverso fino ad arrivare a quella che aspira a essere la versione definitiva.

Le vicende si svolgono nell'Impero Bluand, un mondo immaginario disegnato sapientemente ricalcando e mescolando insieme luoghi, nomi, lingue e caratteristiche di popoli reali. In apertura è presente anche una mappa dell'Impero Bluand, utile per orizzontarsi durante gli spostamenti dei personaggi tra i vari regni.

La narrazione è suddivica in quattro «macrocapitoli» denominati «Mej», «Wodr», «Geb», «Sohwl», dedicati rispettivamente ai quattro elementi «Fuoco», «Acqua», «Terra» e «Cielo».

Tutto comincia il giorno 18 del Terzo mese dell'anno 665 dell'Era Bluand. Sul trono imperiale siede Christopher Bluand, salito al trono giovanissimo dopo l'uccisione violenta dei suoi genitori e la misteriosa scomparsa dei Custodi, prescelti incaricati di mantenere l'equilibrio dell'Impero. 

Ognuno di loro ha un potere speciale, associato ad una pietra e a una stella di diverso colore che compare sul suo volto quando libera il suo potere. Insieme formano il Consiglio dei Sette, che assiste l'Imperatore nella guida dell'Impero: Custode della Vita e della Morte, Custode del Dovere, Custode del Tradimento, Custode della Fede, Custode della Libertà, Custode dell’Amore, Custode dell’Odio.

Sono trascorsi dieci anni dalla tragica fine dell'imperatore Leif Bluand e di sua moglie Lilian di Lox; nella Città Imperiale si sta per riunire l'Alto Consiglio, l'assemblea dei rappresentanti di tutti i regni alla presenza dell'Imperatore. Un'antica profezia preannuncia che presto i nuovi Custodi si manifesteranno, ma nessuno sa chi siano, dove e quando faranno la loro comparsa.

Fino a quando a Dalswol, un villaggio a mezza giornata di cammino dalla Città Imperiale…


Difficile andare oltre nel racconto senza rischiare di «spoilerare», di rivelare più del dovuto ai lettori, privandoli del piacere di addentrarsi passo passo nella storia, immedesimandosi nei protagonisti, inizialmente quasi degli «eroi per caso», inconsapevoli del loro destino e dei pericoli presenti sul loro cammino, di colpo catapultati in un percorso iniziatico di accettazione del loro nuovo ruolo e di comprensione del potere nelle loro mani.

La scrittura di Allison Wade negli anni è maturata, rinunciando a volte ad alcune descrizioni esplicative che potevano risultare ridondanti e concentrandosi più sulla storia. I personaggi sono tratteggiati con cura, senza esagerare nelle caratterizzazioni. Impariamo a conoscere pian piano il loro carattere, la loro storia, il mistero che avvolge alcuni di loro, nel corso della narrazione. 

Molto realistiche le scene di azione, soprattutto i combattimenti che danno l'illusione di essere al centro della mischia.

La lettura scorre rapidamente. Quando un libro ti prende così, e dimentichi tutto il resto per andare avanti vuol dire che è ben scritto. E che vale la pena di leggerlo



 


Titolo: Custodi della Luce 
Autore: Allison Wade
Serie: Il Fiore Eterno 1
Traduttore: -
Editore: Amazon
ISBN: 979-8738583360
ASIN: B08ZV8C8B2
Scheda cartaceo: Amazon
Pagine: 418
Scheda ebook:  Amazon
Dimensioni file:  4300 KB
 

Sinossi

Per secoli il Fiore di Luce ha regolato gli equilibri dell’Impero Bluand. A ogni generazione nuovi Custodi sono scelti per proteggere le pietre sacre e padroneggiare i loro incredibili poteri. Ma non tutti sanno reggere allo stesso modo il peso del destino, ed è facile deviare dalla via della Luce. Dieci anni fa il cerchio si è spezzato, e il vero potere è rimasto nascosto. Ma ora è giunto il momento per un nuovo equilibrio. È giunto il momento che i nuovi Custodi si risveglino e rimettano a posto le cose.

Fuoco e Acqua, Terra e Cielo. Uguali e opposti. Otto sono i prescelti dalle Costellazioni. Giunti da ogni parte dell’Impero, sono destinati a incontrarsi per ritrovare ciò che era andato perduto e scongiurare l’oscura minaccia che si stende sul Mondo di Luce.

 

  

Recensione pubblicata anche su Braviautori il 18/04/2021
https://www.braviautori.it/book_custodi-della-luce.html

sabato 12 settembre 2020

poesia Il sorriso di Willy

In genere non scrivo poesie "a tema", anzi da qualche anno avevo smesso di scrivere poesie, ma non ho potuto fare a meno di aggiungere anche la mia voce alle tante che hanno espresso cordoglio per la barbara uccisione di Willy Monteiro Duarte, morto a 21 anni la notte del 5 settembre 2020 a Colleferro.


Willy Monteiro Duarte

Balordi senza testa e senza cuore
fermaron con violenza il tuo candore,
col tuo sorriso dolce e disarmante
li affrontasti col cuore di un gigante.
Eri solo e forse spaventato,
ma il tuo passo non ha mai arretrato
per dimostrare a quei cani rabbiosi
che l'amore è più forte dei soprusi.
Ti hanno ucciso senza una ragione.
per fare sfoggio di cieca violenza
laddove conta solo l'apparenza
e la vigliaccheria di chi si crede forte
predando in branco e dando morte
a chi alle sue regole si oppone.
Quattro bestie scatenate e senza ritegno
che d'esser uomini persero ogni segno
hanno spento quel giorno la tua vita,
ma il tuo coraggio ha scaldato i nostri cuori
mostrando che si può affrontare la partita
senza sfogare paure, odi e rancori.
Riposa Willy e vola in Paradiso,
per qualche giorno simbolo di un paese indiviso.
Domani forse ogni clamore sarà spento
e anche il tuo nome da noi dimenticato,
ma oggi voglio dirti con orgoglio
è questa umanità quella che voglio.
(Giovanni Capotorto)


giovedì 6 agosto 2020

Ricordando Maria Bozza


Sono ormai trascorsi cinque anni da quando la nostra amica Maria Bozza ci ha lasciati, lasciando in tutti noi un grande vuoto. Cinque anni e ancora non riesco a scrivere due righe su di lei. Ci ho provato tante volte; poi mettevo da parte il testo perché mi sembrava incompleto, troppo distante da quello che Maria è stata per me e per tutti quelli che l'hanno conosciuta. 

Forse è solo un modo per esorcizzare la sua perdita, per non voler accettare la sua morte, il non poterla più avere vicina fisicamente.

Ancora oggi, ascoltando certe notizie sugli «ultimi», mi viene spontaneo pensare a lei, l'istinto mi porterebbe a telefonarle o a mandarle un messaggio per avvisarla, per condividere la notizia con lei e ascoltare il suo parere, come facevamo spesso.

 

Ricordo il nostro primo incontro, grazie ad amici comuni che mi avevano coinvolto in un percorso per costituire anche a Gioia un gruppo della Comunità di Sant'Egidio, la sua vita, a cui ha dedicato fino all'ultimo tutte le sue energie.

Per tutti lei era «Maria della Comunità di Sant'Egidio», come usava presentarsi, entrando subito in empatia con chiunque, anche chi era lontano da ogni percorso di fede o viveva un diverso credo politico o religioso. Anche a Gioia molti la conoscono semplicemente così e forse ricordano ancora il suo sorriso.

Ho scoperto il suo cognome solo in seguito, quando abbiamo avviato un primo contatto via mail e poi telefonicamente. Abbiamo anche scherzato sul suo cognome «Bozza», che sembrava in linea con i miei sogni di scrittore esordiente. Un percorso che lei ha condiviso in parte, leggendo i miei articoli sulla Comunità sul bollettino parrocchiale «alternativo», «La Porta Celeste», che in quegli anni curavo in parallelo a quello ufficiale. Tante volte mi aveva anche consigliato di propormi a qualche giornale locale, a cercare di far fruttare il mio talento per la scrittura, anche economicamente, mettendo da parte le altre collaborazioni gratuite che sottraevano solo tempo alla mia attività letteraria.

Purtroppo non ho mai avuto modo di donarle i libri che ho poi finalmente pubblicato; a volte mi chiedo se le mie parole avrebbero potuto aiutarla a non sentirsi sola nel suo ultimo percorso.

Il trasferimento a Policoro dopo il matrimonio con Bruno, la nascita delle sue bambine, poi la malattia, unite alla mia scarsa propensione agli spostamenti ci hanno impedito di poterci rivedere di persona negli ultimi anni, non mi hanno permesso di poter seguire da vicino il suo cammino di moglie e di mamma. Ci limitavamo allo scambio di qualche sms e telefonata saltuaria.

In occasione del mio compleanno anni fa mi rivelò di essere in attesa della seconda bimba; una grande gioia, soffocata qualche mese dopo dal dolore per la sua malattia, che appresi poi da una comune amica, rimanendo senza parole.

 

Mi restano di lei le immagini «rubate» da un servizio della RAI sull'iniziativa in favore dei migranti «Fiori per la vita» del maggio 2015, un corteo silenzioso per ricordare le migliaia di vittime dei naufragi, da lei fortemente voluta a Policoro pochi mesi prima della sua morte. 

Immaginarla su una sedia a rotelle, che nel video non si vede, ma si intuisce, sapere che lei non poteva più guidare autonomamente, dopo migliaia di chilometri percorsi per organizzare iniziative, costruire ponti di pace, mi ha molto rattristato, ma nella sua voce sentivo ancora l'entusiasmo, la forza di un tempo. Quasi che il corpo sofferente non riuscisse a contenere la sua enorme energia.

Mi rimane soprattutto il ricordo della nostra ultima telefonata, a lungo cercata, che mi ha permesso di risentire la sua voce e il suo entusiasmo, nonostante tutto; sentirla parlare dei progetti sulla raccolta differenziata nelle scuole e altre cose che aveva in mente di organizzare. Sentire la gioia di esserci finalmente ritrovati, la tristezza per chi l'aveva abbandonata nel periodo della malattia, per chi evitava di andarla a trovare «per ricordarla com'era». Si dice così, spesso, lasciando i malati soli proprio nel momento più difficile. Confesso di aver avuto anch'io difficoltà a ristabilire un contatto, a volta per paura di disturbare il suo difficile percorso, a volte per paura di non sapere cosa dire, di non poterla aiutare. Parlando con lei ho compreso che già parlare poteva essere un grande aiuto; dialogare senza filtri, senza ipocrisie, chiamando per nome la sua malattia, quel tumore che ce l'ha piano piano tolta. È inutile girarci intorno fingere che non ci sia; a volte chi è malato ha anche bisogno di poter guardare in faccia il suo nemico, poterne parlare liberamente per poterlo sconfiggere.

Sicuramente avrei potuto, forse avrei dovuto fare di più, ma Maria ha sempre conosciuto i miei limiti, quelli che mi hanno a volte impedito di impegnarmi in maniera più decisa nel percorso della Comunità, come facevano lei e gli altri amici di Laterza, di Roma, Bari e di ogni parte del mondo.

In questi anni ho spesso provato a descrivere Maria, a fare un suo ritratto per presentarla a chi non ha avuto modo di conoscerla. Descrivere il suo impegno nella comunità di sant'Egidio a fianco dei poveri, degli anziani, degli stranieri, di chi soffre o sta cercando di ridare un senso alla propria vita. Descrivere il suo impegno nel lavoro e nello studio, la laurea in Filosofia e poi in Scienze Religiose; il suo amore per la famiglia, per suo marito Bruno e le figlie Angelica e Sara Pace. Ne veniva fuori un'immagine quasi «agiografica», forse lontana dalla sua «straordinaria normalità». In realtà Maria parlava poco di sé, della sua vita privata; forse per compensare il suo forte impegno «pubblico», la sua perenne apertura verso gli altri, mantenendo uno spazio privato tutto per sé da riservare solo alle persone più care.

Descrivere quello che io scherzosamente chiamavo «il metodo Bozza», il suo modo di approcciare le persone sconosciute e avvolgerle con la sua energia, presentando in pochi minuti la storia e le attività della Comunità di sant'Egidio e poi a raffica la proposta del momento. Un modo di fare che forse anche noi abbiamo cercato di copiare malamente, senza capire che l'empatia nasce dal cuore, dal nostro atteggiamento e non dalle parole che usiamo.

 

Potrei raccontarvi del suo impegno incessante a fianco dei poveri, dei condannati a morte, degli anziani, degli stranieri. Le tante conferenze sul «Vangelo della Pace», i convegni e gli incontri di preghiera per la pace organizzati anche qui a Gioia insieme a Corrado, ruotando tra le varie parrocchie perché nessuno si sentisse escluso e tutti si sentissero parte di questo cammino ecclesiale. Il suo impegno per il «Pranzo di Natale» per i poveri e per un percorso che li seguisse tutto l'anno.

La scommessa di far aderire Gioia del Colle all'iniziativa «Cities for Life», «Città per la vita contro la pena di morte», che prevedeva l'accensione simbolica di una luce verde per illuminare un monumento ogni 30 novembre e ogni qual volta veniva graziato un condannato a morte o uno stato aboliva la pena di morte. Ci siamo riusciti il 30 novembre 2004, durante l'amministrazione Vito Mastrovito, illuminando il monumento dei Martiri, nei pressi del Castello Svevo. Nei vari cambi di amministrazione avvenuti negli anni successivi è stato piano piano dimenticato l'impegno preso allora dal nostro Comune, che formalmente credo risulti ancora iscritto nella lista delle «Città per la vita». Oggi le luci colorate illuminano il nostro municipio con altri fini e altri costi.

Gli incontri sul progetto «Dream» contro l'AIDS in Africa e nelle regioni più povere, gli incontri contro la pena di morte in occasione della esecuzione di Dominique Green, il primo condannato a morte con cui la comunità ha attivato una corrispondenza. Per tutti noi ormai quasi un amico, anche se non tutti abbiamo avuto modo di scrivergli, di cui abbiamo seguito con apprensione e poi con tristezza il tragico destino. Gli incontri con Joaquin Josè Martinez, ex condannato a morte negli USA, poi scoperto innocente grazie a nuove testimonianze, presso il liceo scientifico «Ricciotto Canudo»; l'incontro con SueZann Bosler, fondatrice dell'associazione «Journey of Hope», che da anni si batte per salvare dalla pena capitale l'uomo che ha ucciso suo padre e ferito gravemente lei.

La visita periodica agli anziani ospitati nella allora «Casa di Riposo Padre Semeria», i momenti di preghiera nella cappella della struttura, «il pasto caldo» offerto ai venditori ambulanti accorsi per la festa di san Filippo, progetto poi continuato dal Centro d'Ascolto «Dal Silenzio alla parola» e tante altre iniziative, di cui Maria è stata animatrice e anima, impegnandosi in prima persona insieme agli amici della comunità di Laterza, di Roma e al piccolo gruppo di Gioia.


Perdonatemi il lungo elenco, ma ci tenevo che Gioia potesse far memoria di quanto fatto in questi anni nel nostro paese, un percorso che purtroppo si è poi progressivamente interrotto e di cui molti non hanno più memoria.

Non è facile raccontare Maria nella sua «straordinaria normalità», la capacità di essere motore di mille iniziative senza mettersi in mostra, cercando piuttosto di spingere gli altri a essere protagonisti attivi, valorizzando le capacità e le competenze di ciascuno.

Non capivo, a volte, quella sua innata capacità di entrare subito in empatia, di comunicare immediatamente con le persone che non conosceva. Pensavo fosse solo una sua peculiarità, molto lontana dal mio modo di essere e di rapportarmi con gli altri.

A volte mi sentivo inferiore, incapace non solo di stare al suo passo, ma spesso anche di seguire la sua scia. Lei non mi ha fatto mai pesare queste differenze, riuscendo a valorizzare le mie competenze. Diceva che era solo questione di tempo, che non c'era niente di eccezionale in quello che faceva, che tutti potevamo percorrere lo stesso cammino, persino io, mettendo da parte la mia innata timidezza.

Mi ha incoraggiato tante volte a non desistere quando, dopo le prime visite agli anziani della casa di riposo di «Padre Semeria» ho deciso di fare un passo indietro, triste per la mia incapacità di creare un dialogo con loro. Mi sembrava inutile, troppo poco limitarsi ad ascoltare; poi ho capito che forse anche quei miei silenzi potevano essere importanti, che per alcuni di loro era già un grande dono che qualcuno li stesse ad ascoltare e andasse a trovarli ogni settimana.

Il percorso del gruppo gioiese della Comunità di Sant'Egidio è stato forse breve, per certi versi infruttuoso, visto che non siamo riusciti a farlo andare avanti, ma è stato comunque utile, importante averne fatto parte. Ringrazio Chiara, Luciano, Enza, Vincenzo, Rosaria, Giovanna, Isabella e tutti gli altri che con me hanno fatto parte del piccolo gruppo che ha portato per qualche anno la comunità di Sant'Egidio anche a Gioia.

Questo cammino ci ha permesso di conoscere Maria, Francesca, Fausta, Domenico e Francesco del gruppo di Laterza; Corrado, Valeria, Luciana, Paola, Andrea, Hadrian e Simone del gruppo di Roma; Mino, Maria Luisa, Stefano, Bianca del gruppo di Bari; di incontrare Pasquina, Tani, Nico e tanti altri che sicuramente starò dimenticando inconsapevolmente. Ha fatto nascere delle amicizie ancora vive, anche se purtroppo non si ha l'occasione per incontrarsi frequentemente.

Cinque anni fa al funerale di Maria c'eravamo tutti, talmente tristi e disorientati da trovare a malapena la forza di scambiare un abbraccio e poche parole. Riunirci insieme quel giorno è stato forse il suo ultimo dono, un miracolo forse, il suo desiderio di volerci accanto a lei per l'ultima volta. E anche l'impegno a non dimenticarla mai e a continuare a percorrere il sentiero che lei ci ha mostrato, su cui abbiamo camminato insieme.

Dopo quel giorno non sono più stato a Laterza, nonostante i ripetuti inviti agli incontri che la Comunità ha continuato a realizzare anche nel suo nome. Forse per non avvertire la sua assenza andando nei luoghi che abbiamo frequentato insieme, non poterla riabbracciare o risentire la sua voce.

Mi manca tanto. So che lei c'è ancora, nei nostri cuori, nei ricordi di tutti quelli che l'hanno conosciuta, degli anziani, dei poveri, degli stranieri a cui ha donato anche solo un sorriso.

Un bacione Maria. E un abbraccio a Bruno, alle vostre bimbe e a tutti i tuoi familiari e amici, a chi continua a perpetuare il tuo ricordo e custodirti nel proprio cuore ogni giorno.

Scusami se con le mie parole sono riuscito a raccontare solo una parte di te, se forse non ho saputo rievocare pienamente il tuo ricordo, tutto ciò che il tuo sorriso rievoca ancora nel mio cuore e in quelli di chi ha avuto la gioia e la fortuna di incontrarti sul suo cammino.

 


 

 

 

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giovedì 19 marzo 2020

Non a caso (Daniela Marcone)




Daniela Marcone
Il prossimo 21 marzo, «coronavirus» permettendo, sarà celebrata in tutta Italia la «Giornata in Ricordo delle Vittime della Mafia», promossa ogni anno da «Libera» e da altre associazioni impegnate contro la criminalità organizzata.
Tante storie di persone innocenti che hanno avuto il coraggio di opporsi alle logiche mafiose, di non sottostare alle imposizioni e di cui spesso si è perso il ricordo.
Daniela Marcone, vicepresidente di Libera ha voluto raccogliere nel libro «Non a caso» le storie di alcune vittime di mafia pugliesi, affidando alla penna di noti scrittori/scrittrici il compito di raccontare brevemente chi erano queste persone, andando oltre la narrazione asettica di una biografia, ricostruendo la loro vita, il loro carattere, «fotografando» la loro vita.
Forse è solo una coincidenza, forse «non a caso» ho ricevuto il pacco contenente questo libro lo scorso 3 marzo, proprio il giorno dopo aver partecipato a un incontro in ricordo dell'ingegnere gioiese Donato Maria Boscia, ucciso dalla mafia a Palermo il 2 marzo 1988.
Boscia lavorava alla realizzazione di una galleria nel monte Grifone per una nuova condotta dell'acquedotto di Palermo e si era più volte rifiutato di affidare i lavori in subappalto a ditte legate alla mafia, nonostante le ritorsioni e le minacce.
Donato Boscia
Aveva promesso di completare i lavori per il 14 marzo e dopo la sua tragica morte, i suoi operai hanno coraggiosamente terminato la galleria entro quella data, facendo anche ore di straordinari non retribuiti per onorare la memoria del loro giovane direttore tecnico. Mi sembra giusto citare anche il loro impegno silenzioso, andato avanti nonostante la paura.
Nel racconto di Piergiorgio Pulixi «L'ingegnerino» è tratteggiata sapientemente la figura del giovane gioiese, appassionato speleologo a cui è dedicata la sezione gioiese del Club Alpino Italiano, che «non a caso» ha sede proprio nella via che il nostro paese ha voluto intitolargli anni fa.
Non ho avuto modo di conoscerlo, ma credo che chi lo ha conosciuto ritroverà il suo coraggio, la sua ostinazione, la sua riservatezza nel tenere i familiari all'oscuro delle minacce ricevute, sapendo anche scherzare sulla pericolosità del suo lavoro, nelle pagine a lui dedicate. Particolare la scelta dell'autore di raccontare la storia di Donato Boscia in maniera indiretta, attraverso le parole dell'uomo che ha premuto il grilletto contro di lui.

Nel libro «Non a caso», arricchito dalla prefazione di don Luigi Ciotti, ogni racconto è completato da una scheda biografica del protagonista e da brevi cenni biografici sull'autore/autrice che ha prestato la sua penna per raccontare la sua storia.
Mi sembra giusto ricordare brevemente tutti i racconti presenti nella raccolta, nell'ordine in cui l'autrice/curatrice li ha collocati.
Cominciamo con «La festa patronale» di Nicola Lagioia, dedicato al capitano dei carabinieri tarantino Emanuele Basile, collaboratore del capo della squadra mobile Boris Giuliano, in prima linea dopo il suo assassinio per scoprire i mandanti dell'omicidio, indagando sulla famiglia Altofonte, alleata dei Corleonesi di Riina. Per il suo impegno è stato assassinato il 4 maggio 1980 durante la festa patronale in onore del Santissimo Crocifisso.
Segue «Il poco che resta» di Eduardo Savarese, dedicato agli omicidi dell'onorevole Pio La Torre e Rosario Di Salvo, assassinati insieme in macchina la mattina del 30 aprile 1982. Una delle loro ultime battaglie politiche era stata contro l'installazione dei missili Nato a Comiso, in provincia di Ragusa.
È stata invece uccisa a pochi passi da casa Renata Fonte, assessore di Nardò, di ritorno da un consiglio comunale nella notte tra il 31 marzo e il 1 aprile 1984. Una giovane mamma di 33 anni impegnata contro le speculazioni edilizie a Porto Selvaggio, la cui tragica fine è ben fotografata, come vista dagli occhi di un testimone oculare, in «La pietà» di Beatrice Monroy.
«La 500 gialla» di Laura Costantini e Loredana Falcone ricorda l'uccisione di Sergio Cosmai, direttore del carcere di Cosenza, impegnato per l'attuazione della riforma carceraria nata per impedire il controllo degli istituti carcerari da parte della criminalità organizzata. Un delitto avvenuto il 12 marzo 1985 sulla statale 19 Cosenza-Rende, mentre andava a prendere la figlia Rossella da scuola.
Segue il racconto «L'ingegnerino», di cui ho già detto, e poi «I rumori della notte» di Elisabetta Liguori, dedicato a Giovanbattista Tedesco, capo della sicurezza dell'allora Italsider di Taranto, ucciso nella notte tra il 2 e il 3 ottobre nel giardino condominiale della sua abitazione per essersi opposto alle ruberie e al controllo del traffico merci nello stabilimento da parte dei clan tarantini.
Alla strage di Capaci del 23 maggio 1992 è dedicato «Capaci, 1992.Tra il cielo e la terra» di Marilù Oliva che prova a ricostruire gli ultimi momenti degli agenti della scorta del giudice Falcone Antonio Montinaro e Rocco Di Cillo.
Segue «La divina tragedia» di Marco Vichi che racconta in forma poetica la battaglia per la legalità dell'imprenditore Giovanni Panunzio, cui sono state dedicate due associazioni antiracket a Foggia e Portici, freddato il 6 novembre 1992 in macchina a Foggia da esponenti della «Società foggiana», organizzazione criminale radicata nel territorio dauno e senza legami con le altre mafie meridionali.
Nel libro è presente anche la storia di Francesco Marcone, padre di Daniela a cui è dedicato il racconto «Mezz'ora» di Giovanni Dello Jacovo. Marcone era direttore dell'Ufficio del Registro di Foggia e aveva prontamente denunciato la presenza di loschi «personaggi» che acceleravano a pagamento il disbrigo delle pratiche dell'ufficio. Per la sua onestà Francesco è stato assassinato nel portone di casa sua al rientro dal lavoro il 31 marzo 1995.
«Hyso che non doveva» di Francesco Minervni ricostruisce la storia del giovane albanese Hyso Telharaj, picchiato a morte in un casolare dell'Incoronata il 5 settembre 1999 per non aver ceduto ai ricatti dei caporali albanesi e italiani.
«Primavera» di Alessandro Cobianchi ricorda il vicebrigadiere Alberto De Falco e il finanziere Antonio Sottile, speronati da un blindato dei contrabbandieri a bordo di una normale Fiat Punto di servizio il 23 febbraio del 2000. Dopo la loro morte lo stato reagì duramente contro il contrabbando di sigarette mandando uomini e mezzi per l'operazione «Primavera».
In «Gaetano è amico mio» Gabriella Genisi ricorda l'assassinio del quindicenne Michele Fazio, vittima innocente di un agguato durante la lotta tra i clan di Bari Vecchia, mentre tornava a casa dopo una giornata di lavoro in un bar e di Gaetano Marchitelli, anche lui colpito per errore il 2 ottobre del 2003 da un commando a bordo di un'auto mentre sostava davanti alla pizzeria dove lavorava come cameriere. Nel corso dell'agguato venne ferito anche il giovane Mario Verdoscia, rimasto fortemente scosso dal grave trauma subito che ha influenzato negativamente la sua vita.
«Un'altra vita» di Romano De Marco ricorda il sacrificio di Nicola Ruffo, raggiunto da un colpo di pistola al cuore il 6 febbraio 1974 mentre cercava di difendere la proprietaria di una tabaccheria durante una rapina.
«Gli occhi» di Piera Carlomagno racconta il tragico scambio di persona che ha causato la morte di Giuseppe Mizzi, scambiato dai killer per un pregiudicato del clan rivale.
Chiude la raccolta «La ballata di Marcella» di Mauro Marcialis che narra la storia di Marcella Di Livrano, prima tossicodipendente con una vita burrascosa, poi collaboratrice di giustizia contro la Sacra Corona Unita, scomparsa l'8 marzo 1990. Il suo corpo sfigurato sarà ritrovato solo il 5 aprile in un bosco tra Brindisi e Mesagne. Uccisa per il suo «tradimento», perché sapeva troppo e aveva cominciato a collaborare con le forze dell'ordine, che purtroppo non sono riuscite a proteggerla.
In appendice la «Breve storia delle mafie in Puglia» di Antonio Nicola Pezzuto, una mappa dettagliata dei clan della criminalità organizzata pugliese e l'elenco delle vittime pugliesi innocenti di mafia, più di 60 «vite spezzate» ricordate con un breve testo esplicativo. Uno stralcio dal lungo elenco delle vittime innocenti di mafia, raccolto pazientemente da «Libera» e forse ancora incompleto, che ogni anno viene letto il 21 marzo, nel primo giorno di primavera, in ricordo di tutti coloro a cui la mafia ha tolto la vita, per non permettere che venga oscurato anche il loro ricordo.



mercoledì 4 marzo 2020

poesia Sulla strada


In occasione dell'otto marzo, festa della donna, condivido con voi una poesia dedicata a tutte le donne oppresse con l’augurio di ritrovare presto la loro libertà.
Un testo che parla delle cosiddette "ragazze di strada", donne vittime di cui nessuno parla mai.
Quelle che molti additano con disprezzo, ma poi spesso usano senza ritegno e rispetto. 


strada di campagna

 

Sulla strada

Sul bordo della strada
c’è una donna che cammina;
io non so dove vada
con quel viso da bambina.
Venuta da lontano,
pigiata in una stiva,
con pochi soldi in mano
tra le onde alla deriva.
Le dissero «cammina»,
lei prese quella via
e la percorre piano,
senza troppa allegria.
Deve vender l’amore
a ogni sconosciuto,
anche se lei l’amore
non lo ha mai avuto.
Sul bordo della strada
cammina senza meta,
mostrando il suo bel corpo 

e un finto sorriso.
Con i suoi occhi tristi
lei cerca di parlare,
ma nessuno sente,
comprende il suo dolore.
E quando resta sola
lei piange disperata
e pensa alla sua terra
da dove un dì è partita.
Un giorno tornerà,
lo sogna ogni momento
perché Dio vede e sa
e sente il suo lamento.
E lungo quella strada
invano andrà la gente:
lei è di nuovo a casa,
libera finalmente.


(tratta da Lungo gli argini)