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giovedì 12 marzo 2015

La poesia bistrattata


Quando vogliamo dire che un particolare autore o cantante ha una sensibilità e capacità di scrittura particolare, comunemente lo definiamo "un poeta", come a voler sottolineare un distacco, una superiorità rispetto agli altri.
Eppure allo stesso tempo, la poesia rappresenta oggi un mercato di nicchia, poco considerato da lettori e critici e quasi snobbato dagli editori perché considerato poco remunerativo. 

 

Tanti scrivono poesie nel nostro paese, non a torto definito "popolo di santi, poeti e navigatori", ma in genere sono poco considerati, sia dagli editori, preoccupati dai bassi introiti del settore, sia dai lettori, spesso concentrati solo sui classici o su autori stranieri, nomi spesso sconosciuti, a volte poco significativi anche nel loro paese o tradotti in maniera orribile.  Ma siamo un paese strano, spesso esterofilo, pronto ad accogliere il peggio che ci arriva d'oltreoceano e poi magari a ignorare tanti validi autori stranieri.
In Italia sembra più chic dire di aver letto l'illustre poeta Karpankolosky (nome di fantasia per indicare un qualunque autore straniero sconosciuto ai più; se dovesse esserci davvero qualcuno con questo nome mi scuso per il riferimento involontario ;-)  piuttosto che Pascoli, Leopardi, Carducci o altri poeti nostrani meno noti. Il nome straniero, meglio se quasi impronunciabile o difficile da scrivere, attira l'attenzione sul parlante, ma crea una barriera mentale in quanti non lo hanno mai sentito nominare, costretti al silenzio per non palesare la loro ignoranza e non in grado di controbattere le sue illustri citazioni o verificare abbia realmente letto qualcosa di quell'autore.
Da quando frequento il "sottobosco" degli autori esordienti, spesso più validi di tanti nomi ultracelebrati, a volte uso anch'io la stessa tattica, con la differenza di citare nomi di autori che conosco e di cui ho letto le opere. Molti li trovate anche in questo blog nelle sezioni "le mie recensioni" o "libri che mi sono piaciuti" e spero un giorno di riuscire a dedicare loro uno spazio apposito.


Nel gran mare dei blog letterari diffusi in rete quanti si occupano anche saltuariamente di poesia? Indubbiamente pochi, i più evitano l'argomento e spesso inseriscono una apposita nota sul sito per ribadire questa scelta. In generale c'è sempre una certa reticenza nel leggere e commentare le poesie altrui.
Anch'io finora ho scritto un solo commento per una raccolta poetica. Mi è capitato di leggerne altre, anche valide, ma ho preferito condividere il mio parere solo con gli autori, una valutazione spesso basata più sull'emozione che su criteri oggettivi che potessero farne una vera recensione.
Scrivere di poesia indubbiamente non è facile perché entrano in gioco vari fattori: capacità di analizzare la tecnica e lo stile dell'autore, conoscenza della metrica o degli altri aspetti formali, sensibilità e gusti personali, umore del momento.


Il concetto di poesia secondo i bambini di una scuola bolognese

Ci sono ancora tante dispute su cosa considerare davvero poesia e cosa semplice "sfogo letterario", utile magari dal punto di vista terapeutico per l'autore, ma senza reale valore editoriale.
Alcuni vorrebbero limitare l'etichetta di poeta solo ai grandi classici o a chi ha venduto un determinato numero di copie, dimenticando che molti grandi autori del passato al loro esordio hanno avuto un mercato molto limitato, forse inferiore a molti esordienti di oggi e spesso il loro successo era determinato soprattutto dal passaparola tra letterati, più che dalla vendita delle loro opere.
Personalmente valuto una poesia valida se riesce a comunicarmi qualcosa, indipendentemente da chi l'abbia scritta; a volte un grande autore può lasciarmi indifferente mentre magari uno sconosciuto esordiente trasmettermi grandi emozioni.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        

Dal punto di vista prettamente tecnico
, dividerei i poeti in tre categorie principali: i dotti, gli spontanei e gli improvvisatori.

  • I dotti seguono le regole della metrica, la tradizione letteraria; in genere utilizzano un linguaggio più ricercato, non sempre comprensibile a tutti, e curano molto gli aspetti formali della composizione poetica.
  • Gli spontanei  curano meno gli aspetti formali, focalizzandosi più sui contenuti e le emozioni da trasmettere, con un linguaggio semplice e di più immediata comprensione.
  • Gli improvvisatori riescono a creare versi e rime quasi a comando, inventandole in base all'occasione e al pubblico. Figura molto diffusa nel passato con i poeti di corte, oggi abbastanza rara.
Categorie forse imprecise e che comunque comprendono tutta una serie di posizioni intermedie, ma forse aiutano a comprendere meglio le differenzer.

Secondo la mentalità comune forse solo i dotti meriterebbero pienamente l'attributo di poeta, ma sappiamo che la lingua si evolve e spesso si crea un divario tra la lingua letteraria e quella comunemente parlata. Alcuni autori si chiudono nel loro tecnicismo, nell'autocelebrazione della propria abilità dimenticando che la poesia (e la letteratura in generale) è nata soprattutto per comunicare.
Personalmente spesso trovo difficoltà ad accostarmi a testi troppo complessi, ho necessità di rileggerli più volte (magari con il vocabolario accanto, un esercizio sempre salutare) per riuscire a comprenderli pienamente.
Provate a leggere la Divina Commedia senza l'aiuto di un'edizione critica corredata di note e dopo pochi versi anche voi vacillerete perché incapaci di riconoscere e capire pienamente tutti i riferimenti storici e gli artifici letterari, di cogliere tutte le sfumature che l'autore ha cercato di comunicare (o che i critici gli hanno voluto attribuire).


Una difficoltà che si nota sempre più accostandosi alle composizioni più datate, scritte in un italiano sicuramente molto differente da quell'odierno, ma a volte anche con poesie moderne, che utilizzano volutamente termini rari o desueti, 
di non immediata comprensione.
Utilizzare un linguaggio forbito non è sbagliato, in certi casi può anche arricchire il patrimonio lessicale dei lettori, ma l'abuso di paroloni che solo pochi riescono a comprendere, spesso non indispensabili, serve solo a spaventare il lettore e allontanarlo ulteriormente dalla lettura.
Soprattutto quando alcuni autori si nascondono dietro frasi e formule altisonanti, sempre uguali e ripetitive, solo per mascherare la vacuità della loro ispirazione poetica, il vuoto di contenuti che c'è nei loro versi. 

Molti evitano la poesia (e i libri in generale) anche per i ricordi negativi della scuola, che ci obbligava a commentare e spesso imparare a memoria le composizioni degli autori più noti. Un esercizio utile per sviluppare la memoria e il senso critico, forse, ma che in molti ha lasciato solo un ricordo negativo.
Forse ricordate la "versione in prosa" dei testi poetici, un tempo esercizio molto diffuso (non so adesso se si usa ancora) e considerato indispensabile per accostarsi a ogni testo poetico.
Francamente non ho mai compreso la sua reale utilità. Se un autore ha impiegato tanto tempo e fatica per scrivere versi, incastrare rime perfette, trovare immagini e allegorie adeguate, mi sono sempre chiesto, perché trasformare tutto in prosa, generando un riassunto striminzito e interpretazioni comunque discutibili ?
Uno sforzo spesso anche inutile per migliorare le proprie conoscenze letterarie: molti per fare prima imparavano solo la "traduzione" della poesia, senza neanche"guardare" il testo originale. ;-)