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giovedì 29 ottobre 2015

I viaggi di Tiziano Terzani 02




Nella prima parte dell'articolo/recensione dedicato al giornalista scrittore Tiziano Terzani ho parlato del suo strano periodo senza viaggiare in aereo raccontato in "Un indovino mi disse".
Dopo qualche anno Terzani ha dovuto affrontare una prova più impegnativa: dopo la scoperta di un tumore ha deciso di trasformare il suo lungo viaggio alla ricerca di una terapia alternativa in un reportage su usi, credenze e tradizioni dei paesi orientali e, soprattutto, in un cammino interiore per ritrovare la serenità, unico rimedio davvero efficace per affrontare ogni terapia e sperare di poter sconfiggere la malattia.


Un altro giro di giostra


Tiziano Terzani nel 1997, alla soglia dei 59 anni, scopre di avere un tumore e, su consiglio di un collega, parte per gli Stati Uniti per curarsi presso il MSKCC di New York, una clinica all'avanguardia nella cura del cancro.
Sceglie di partire da solo, nonostante le rimostranze di sua moglie Angela e dei suoi figli, trasferendosi in un monolocale in affitto, riducendo al minimo i contatti con gli altri.
Dopo tanti anni dedicati a indagare sulle vicende degli altri, a raccontare notizie da mezzo mondo, Terzani sente il bisogno di un periodo di riposo, di solitudine, lontano da guerre, rivoluzioni, alluvioni, terremoti,  di doversi occupare della propria vita.
"Finalmente ero libero" scrive di quel periodo, dedicato alle cure, alle corse nel parco, alla lettura, alla meditazione, alle chiacchiere occasionali con la gente comune, senza scadenze o impegni da rispettare.
Per non assistere allo stillicidio della perdita dei capelli dovuta alla chemioterapia sceglie di tagliarli a zero e di abbandonare il suo consueto abbigliamento orientale per una semplice tuta ginnica per non attirare l'attenzione e confondersi tra la gente comune.
Dopo le prime visite mediche, le prime cure,  Terzani si rende conto di non condividere l'approccio dei medici, focalizzati solo sulla malattia, sui sintomi e le terapie, senza mai guardare alla persona nella sua interezza, considerata solo come una macchina rotta da riparare.
Ripensa alle massime di saggezza sentite da tanti personaggi incontrati nel corso del suo lavoro, agli strani guaritori incontrati sul suo cammino e, approfittando di un periodo di pausa di tre mesi tra i cicli di terapia, decide di affrontare un nuovo viaggio, di concedersi un altro giro di giostra, alla ricerca di cure alternative per il proprio tumore.
Non perde fiducia nella medicina occidentale, nei medici-aggiustatori di New York, come lui li definisce scherzosamente, cui ha comunque affidato la propria sopravvivenza, ma sente che manca ancora qualcosa, una visione "olistica" come si dice adesso, che non lo consideri solo un insieme di organi da curare, ma come una persona che soffre.
Parte per l'India, la Thailandia, le Filippine, Boston, Hong Kong, Benares; si spinge fin sulle cime dell'Himalaya alla ricerca di una cura, ma soprattutto per disintossicarsi dalle medicine, dalla mentalità consumistica occidentale e ritrovare la propria pace interiore, rafforzata dalla pratica di yoga, meditazione, reiki e altro.
Incontra medici e guaritori di ogni genere, prova strane pozioni e trattamenti miracolosi, raccogliendo in ogni luogo voci discordanti sulla reale efficacia di tali terapie. Un viaggio personale, alla ricerca di un rimedio per il suo tumore, che diventa una sorta di reportage sulle medicine alternative.
Fino a rendersi conto che forse la cura non è tanto nei rimedi, nelle medicine, ma nella fiducia in chi la propone, in quel rapporto speciale che si crea tra medico e paziente che rende plausibile e, a volte, efficace qualunque cura.
In questo viaggio fisico e interiore alla ricerca della purificazione intraprende vari percorsi spirituali, in cui coniuga il suo atteggiamento scettico, che lo tiene al riparo dai ciarlatani, con un profondo rispetto per le altre tradizioni religiose, lavorando con umiltà, senza mai far pesare il fatto di essere un noto giornalista occidentale.
Per un periodo sceglie addirittura di diventare "Anam", il Senzanome, mettendo da parte nome, professione, ricordi, si ritira in uno spartanissimo ashram, dedicandosi allo studio dei classici dell'induismo e al canto degli inni vedici.
In questo libro si intrecciano introspezione, ricerca interiore e cronaca di usanze e credenze dei paesi orientali. Un continuo confronto tra oriente e occidente, senza mai schierarsi in favore dell'uno o dell'altro, arricchito da tanti aneddoti, incontri, storielle curiose per riflettere sui diversi modi di affrontare la malattia e la vita in generale.
Terzani riflette anche sulla solitudine di chi soffre, l'incomprensione di amici e parenti, l'indifferenza di tanti nei confronti dei malati, i sogni e le speranze di chi cerca comunque una strada per guarire.
Comprende la necessità di unire le moderne cure occidentali all'antica saggezza orientale, all'omeopatia e altre cure alternative.
Insiste sulla differenza di approccio tra occidente, focalizzato sulla cura della malattia, del singolo organo malato, e oriente che punta invece sulla cura dell'intera persona, unendo alla cura del corpo la ricerca del proprio equilibrio interiore.
Terzani è molto bravo a raccontare, unendo elementi di tradizioni religiose e culturali diverse, scrutando con l'occhio attento di chi riesce a vedere quei piccoli particolari che i più ignorano, narrando con ricchezza di particolari le storie e leggende locali e aiutandoci a conoscere meglio quei mondi per noi così lontani.
Offre un ritratto realistico dell'India, con tutte le sue contraddizioni, i suoi miti, la sua millenaria saggezza messa in pericolo dalla crescente modernizzazione.
Racconta di come sia cambiata negli anni, di come il Tibet, un tempo meta privilegiata di chi cercava una purificazione interiore, oggi stia diventando solo una fonte di spiritualità d'elite, ad alto costo.
Durante il suo viaggio Terzani si affida  alle terapie più disparate, mantenendo sempre un sano scetticismo di fondo che gli consente di individuare le bufale, ma forse, nota a volte, gli impedisce anche di immergersi completamente nella cura, di farla divenire efficace.
Spesso sottolinea la propria difficoltà a identificarsi con il gruppo degli altri "malati" e ad accettare l'idea della propria morte, la difficoltà di andare oltre gli schemi mentali, le abitudini, di accettare modi di rapportarsi alla realtà tanto diversi dalla mentalità europea. La difficoltà di andare oltre il consueto autocontrollo e scetticismo, oltre i propri limiti caratteriale, di fidarsi di chi gli propone cose apparentemente senza senso.
Ironizza sulle consuetudini mediche che considerano un paziente "guarito" se è ancora vivo a cinque anni dalla malattia, dimenticando chi è morto dopo sei o sette anni.
In questo percorso di purificazione nascono alcune scelte che hanno caratterizzato i suoi ultimi anni: diventare vegetariano, meditare e imparare l'importanza del silenzio, fare yoga, distaccarsi periodicamente dalla vita consueta per rifugiarsi sulle pendici dell'Himalaya.
Un isolamento che abbandonerà solo nell'ultimo periodo per dedicare le sue ultime energie per diffondere un messaggio di pace in sintonia con la campagna Fuori l'Italia dalla guerra promossa da Emergency e altre associazioni pacifiste.

Per approfondire


Gino Strada e Tiziano Terzani durante la campagna Fuori l'Italia dalla guerra