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domenica 22 maggio 2022

Come accogliere i bambini in fuga dalle guerre - webinar con Paola Milani

Qualche settimana fa ho seguito online il primo webinar del ciclo intitolato «Ci sono cose da fare… per esempio la PACE» organizzati dalla casa editrice «La Meridiana» diretta da Elvira Zaccagnino per offrire una voce diversa rispetto alle cronache di guerra che dominano i mass media, incontri dedicati alla pace che vogliono suggerire una diversa chiave di lettura della guerra in Ucraina.
Una chiacchierata con la pedagogista Paola Milani per riflettere e interrogarsi sul tema «Come accogliere i bambini e le bambine in fuga dalle guerre», per cercare di capire insieme come comportarsi e soprattutto gli errori da evitare, ; una discussione che è nata dopo l'invasione dell'Ucraina, ma contiene consigli utili per accogliere al meglio tutti i profughi di guerra, di tutte le guerre.
Mi è sembrato opportuno farne un resoconto, che ho già pubblicato sul settimanale «La voce del paese» di Gioia del Colle e ora, con ritardo, riporto anche qui, perché ne resti traccia anche in rete. Ringrazio Paola Milani per le sue utili riflessioni ed Elvira Zaccagnino per aver organizzato questi utili incontri.





Si è tenuto il 29 marzo 2022 un interessante webinar con Paola Milani, pedagogista dell'Università di Padova, responsabile scientifica del progetto P.I.P.P.I. (Programma di Intervento per la Prevenzione dell'Istituzionalizzazione) che cerca di trasformare le più strampalate situazioni di vita in possibilità di crescita sufficientemente buona, partendo dalle risorse incredibili che ciascun bambino ha, proprio come Pippi Calzelunghe, personaggio letterario reso noto in Italia da una serie televisiva che ha formato la nostra generazione a una visione alternativa della realtà.

Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno, né di notte,
né per mare, né per terra,
per esempio la guerra»,
Elvira Zaccagnino ha esordito con un «promemoria» di Gianni Rodari, autore che questa guerra ha riportato in auge. Una frase che da anni campeggia in un angolo del mio blog «Fogli diversi» per ribadire il NO a tutte le guerre e a ogni forma di violenza.
«Poi accade che la guerra qualcuno la fa davvero», riprende la direttrice della casa editrice «La Meridiana», da oltre trent'anni attiva sul tema della Pace e della Nonviolenza, e tante persone, in gran parte donne e bambini sono costrette a lasciare il loro paese.

Sono Bambini


foto Paola MIlani
Paola Milani
Paola Milani in questo incontro ha cercato di indicarci come accoglierli al meglio, senza false illusioni, ricordando quello che hanno vissuto, intercettando il nostro bisogno di risposte in un momento di grande confusione. Negli ultimi anni nel mondo ci sono stati tanti conflitti, spesso ignorati dai mezzi d'informazione, ma questa guerra forse la sentiamo più vicina a noi, ne stiamo avvertendo gli effetti nella quotidianità. Cosa possiamo fare noi adulti in questo momento? Nel corso dell'incontro Paola Milani ha provato a condividere le sue riflessioni, senza pretendere di fornire delle risposte esaustive, a dare delle indicazioni, degli orientamenti operativi, una sorta di vademecum, pubblicato anche sulla sua pagina facebook, su come accogliere i bambini provenienti dall'Ucraina, che man mano si arricchisce grazie ai commenti dei lettori.
Non immaginavamo potesse accadere ancora, non immaginavamo che a un certo punto ritornassero le vecchie logiche della guerra di occupazione, di dover parlare di uccisioni, di massacri, di distruzione, di famiglie e bambini costretti a fuggire e uomini costretti a rimanere al fronte per difendere la loro terra. Oggi il nostro dovere è accogliere le persone più fragili, più vulnerabili; proviamo a non sbagliare nella costruzione della pace e a cercare insieme delle risposte, di immaginare dei percorsi su come accogliere nel modo migliore i bambini che fuggono dalla guerra.
Paola ha premesso di non poter dare risposte che evidentemente non abbiamo, perché la situazione era non immaginabile e ci sta mettendo tutti in grande difficoltà. Ha poi ribadito una cosa che dovrebbe essere ovvia, ma tanti stanno dimenticando. Prima di tutto dobbiamo «ricordare che sono bambini» prima di essere profughi, vittime di questa guerra. Sono bambini e noi adulti siamo sempre un po' in difficoltà a comunicare con loro, facciamo fatica ad ascoltare la loro voce; delle volte diciamo che sono troppo piccoli per poter parlare, per poterci capire. Facciamo fatica a entrare nel loro mondo quindi ce li rappresentiamo solo come «infans» (senza parola), come minori, come se fossero minori di qualcosa. Sono persone, sono bambini, minorenni di età, ma non minori in niente, persone che stanno vivendo l'esperienza traumatica della guerra e della fuga dal loro paese, dell'arrivo in paesi diversi, ma comunque prima di tutto sono dei bambini, con i bisogni tipici dell'età evolutiva, delle diverse età e con le risorse dei bambini. 

Il potere di un abbraccio

Paola ha messo online nei giorni scorsi la foto di una bambina ucraina accolta in una scuola italiana. La mamma e le insegnanti erano preoccupate di come inserirla, di come avviare la sua esperienza scolastica in Italia senza traumi. Dopo tre secondi questa bambina era in braccio alla maestra, che era già felice di averla tra le sue braccia. Senza parole si era già realizzato un incontro. Questa è la potenza dell'educazione quando diamo spazio ai bambini di portarci e di far esprimere le loro risorse. Per bambini intendiamo da 0 a 18 anni quindi un arco molto lungo che copre anche l'adolescenza e la primissima infanzia, autori della loro storia di vita che possono adesso riscrivere insieme a noi.
In queste settimane è subito partita la macchina dell'accoglienza, della solidarietà, a volte anche in maniera non organizzata, in maniera anche personale da parte di associazioni o di singoli che si sono mossi per portare beni di prima necessità e portare in Italia i profughi, famiglie, donne e bambini con molta generosità. 
Paola ha voluto subito chiarire una cosa fondamentale, un errore nel quale possiamo cadere per inesperienza o ignoranza delle leggi internazionali. La maggior parte dei bambini che arrivano sono orfani, ma lì il sistema funziona diversamente. Nell'Est europeo non esiste l'affido familiare. Agli inizi di questa gara di solidarietà qualcuno si è fatto qualche illusione per cui è importante fare una precisazione importante riguardo l'accoglienza in questa situazione di emergenza, ribadire cos'è che rende diverso lo statuto dell'affido da loro a noi, per non illuderci reciprocamente.
In Occidente, ma in Italia in modo particolare dagli anni sessanta abbiamo vissuto la bella storia della deistituzionalizzazione, una storia peculiare che il nostro paese ha vissuto in maniera più forte e diversa da altri paesi vicini come Francia, Germania, Inghilterra, etc. Franco Basaglia ha intuito che la persona si può ammalare anche per mancanza di relazioni e che quindi la cura data alle persone fuori da un contesto di relazioni, che riconosce la singolarità della persona e la singolarità dei bisogni di ogni persona umana non cura, ma piuttosto crea nuova patologia e da lì abbiamo iniziato questa storia straordinaria della deistituzionalizzazione. Nel 2006 grazie alla legge 149 abbiamo chiuso gli orfanotrofi e tutti gli ospedali psichiatrici. Nel 1978 con la riforma Basaglia abbiamo chiuso le grandi case di riposo dove gli anziani dormivano in cameroni e le abbiamo convertite in RSA e in appartamenti per l'autonomia e tutti i grandi istituti per i disabili riorganizzando l'ospitalità di queste persone, seguendo il principio della personalizzazione. Ogni famiglia, ogni bambino, ogni disabile, ogni persona che soffre di salute mentale ha bisogno di un percorso e di un contesto di cura personalizzato.

L'affido in Ucraina funziona diversamente

Questo processo nell'Est europeo sta conoscendo delle tappe completamente diverse e per alcuni versi è rimasta molto indietro rispetto a noi. Nel corso di questa guerra abbiamo cominciato a sentire parole come «orfanotrofio», che non sentivamo più da tanto tempo. Sono arrivati da noi bambini che venivano evacuati dagli orfanotrofi che sono proprio quei vecchi istituti come c'erano da noi fino agli anni '70 in cui sono ospitati degli orfani, ma anche bambini che per diverse ragioni non possono stare nelle loro famiglie. L'affido familiare non esiste o è poco utilizzato per cui possono esserci in questi orfanotrofi bambini che hanno un solo genitore o che hanno entrambi i genitori, ma che non sono in grado di occuparsi di loro, bambini che hanno subito storie di violenza nelle loro famiglie e ne sono stati allontanati, bambini con disabilità che i genitori non possono accudire a casa. Dietro la parola orfanotrofio si nasconde una costellazione di situazioni diverse e solo in rarissimi casi i bambini hanno lo status di adottabili. Ingenuamente molti pensano che siano tutti orfani e quindi adottabili, ma in realtà non vale questa equivalenza.
Qualche settimana fa è uscito un documento di Unicef e Unhcr, e anche un documento dei magistrati minorili, che stabilisce che in tempo di guerra si sospendono le adozioni perché l'adozione è un processo definitivo che riguarda l'affiliazione di un bambino a una nuova famiglia e non si fa in fretta in emergenza senza avere contezza completa di quale sia la situazione del bambino. Un grosso problema è che non tutti i bambini che arrivano hanno i documenti e non conosciamo bene la loro storia per cui non si possono fare scelte definitive come l'adozione. Un secondo aspetto è che l'Italia nel 1991 ha ratificato la convenzione internazionale dei diritti dei bambini dell'ottantanove, come quasi tutti i paesi europei, e uno dei diritti fondamentali è proprio il diritto alla protezione dei bambini, inserito in una logica di personalizzazione che evidentemente, nella logica degli orfanotrofi che ancora esiste in Ucraina, non è così importante come da noi. Anche i rappresentanti delle comunità ucraine, in un'audizione nella commissione bicamerale dell'infanzia in parlamento hanno detto «questi sono i nostri bambini, noi non li mettiamo nelle vostre famiglie», ma noi non possiamo ricreare gli orfanotrofi qui, adesso siamo tenuti al rispetto dei diritti dei bambini e abbiamo una storia di deistituzionalizzazione che è importante rispettare.

Solidarietà pronta e continuità dei legami

Elvira Zaccagnino
Elvira Zaccagnino

Elvira ha messo in evidenza che rispetto ad altri conflitti questa volta ci siamo subito ritrovati solidali. In passato finita l'onda dell'emotività abbiamo sbagliato su qualcosa, abbiamo lasciato, abbiamo fatto aumentare le fragilità e le situazioni di insicurezza. Questa volta sente che abbiamo veramente il compito di indirizzare il tutto su una strada giusta quindi è fondamentale fare chiarezza su come i sistemi funzionano in maniera diversa e occorre trovare un equilibrio tra i diversi modi di tutelare i bambini nei due paesi per evitare che i bambini vengano ulteriormente penalizzati.
Dobbiamo imparare a non sbagliare. Ricordare che se i loro genitori sono ancora presenti nella loro vita sarà importante capire come e in che misura mantenere i contatti, cosa difficilissima in una situazione di guerra.
Paola Milani ha ribadito il diritto a una accoglienza personalizzata, intesa anche come una protezione dei legami e quindi come un diritto alla continuità dei legami, tenendo conto delle varie realtà. Ci sono bambini che arrivano dal porto, bambini che provengono dagli orfanotrofi, poi ci sono i bambini che arrivano con le loro mezze famiglie, solitamente con le mamme o con persone di riferimento per poi transitare e ricongiungersi con parti della loro famiglia che sono già qui. Ci sono poi i bambini che arrivano proprio soli, che rientrano nella vasta categoria dei cosiddetti «minori non accompagnati».
Il principio della continuità dei legami va rispettato per ognuno di loro. Da un lato la guerra può rendere tutto difficile, basta che salti un antenna in una località e non si riesce più ad avere il contatto telefonico, dall'altro per ora la salvezza viene da internet, da whatsapp che permette di parlare anche con i soldati al fronte, quindi con tanti padri che sono dovuti restare per combattere, lasciando sole le loro famiglie..
La cosa difficile è capire bene la situazione di ogni bambino. Non c'è una soluzione che vada bene per tutti, ad ogni bambino va garantita una valutazione personalizzata, capire di cosa ha bisogno, che risorse ha, quali sono i suoi legami e come garantire per lui la continuità di questi legami. Tutto questo senza avere una dimensione temporale, senza sapere quanto tempo si dovranno fermare,
In questa fase occorre escludere l'adozione, che caso mai potrà venire più avanti se ci sarà qualche bambino che resta orfano, e affidarsi alle opportunità offerte dall'affido familiare, tenendo conto della situazione di partenza. I bambini abituati a stare insieme in orfanotrofio non possono essere mandati da soli in una famiglia, in una situazione nuova e strana, un'altra lingua, un'altra cultura, altre abitudini, altro clima, altri suoni, altri colori, altri ambienti. Occorre un lento lavoro di ampliamento dei legami, per esempio ponendo il bambino in contatto con una famiglia solidale per qualche giorno, per esempio la domenica a pranzo, lasciando che negli altri giorni viva con il gruppo del suo contesto di provenienza, con i suoi educatori. Un modo per garantire i loro legami e al tempo stesso permettere di conoscere nuovi mondi, attraverso un metodo non standardizzata, uguale per tutti, avendo la possibilità veramente di modularsi sul progetto di ogni bambino, concordando gli interventi con i rappresentanti della comunità ucraina. Non dobbiamo dimenticare che questi bambini sono bambini ucraini che hanno le loro abitudini, i loro legami, ma è anche nostro dovere aggiungere occasioni di crescita, di sviluppo, di relazioni fraterne e accoglienti. Molti bambini sono già stati inseriti in contesti scolastici.

Accoglienza, non appropriazione

Paola, parlando dell'accoglienza nelle famiglie affidatarie, sottolinea la differenza fra «accoglienza» e «appropriazione»; non dobbiamo mai dimenticare che questi sono bambini che vengono da un altra cultura, da altri suoni ed altri colori. Dobbiamo imparare ad accogliere i loro suoni, i loro colori, creare anche una zona cuscinetto di comfort nella quale loro possano non sentirsi depredati, collocati nella nostra modalità di di vita. L'uso del termine appropriazione, in apparenza molto forte parlando di affido familiare, indica una pratica con la quale spesso gli adulti, ma in generale la cultura occidentale immagina l'incontro con l'altro, anche con i bambini. L'insistenza della comunità ucraina nel sottolineare «sono i nostri bambini» nasce probabilmente da atteggiamenti sbagliati che noi a volte negli anni abbiamo avuto nei confronti dei bambini di Chernobyl accolti nel nostro paese. D'altro canto il prezioso lavoro delle associazioni di solidarietà ha permesso questo rapporto di fratellanza tra i due paesi da cui è nata tutta questa solidarietà verso l'Ucraina.
Maria Montessori già un secolo fa aveva chiarito la differenza affermando che «neanche i genitori biologici sono i proprietari dei bambini. Ne sono solo i custodi». Dichiarazione fatta in un periodo in cui la legge parlava ancora di «potestà genitoriale». Oggi invece parliamo di «responsabilità genitoriale»; un adulto non è mai padrone, proprietario di un bambino. Il bambino è una persona, non è un oggetto, non può esserci un rapporto di possesso nei confronti di un bambino neanche da parte della mamma biologica, del genitore biologico. Un concetto che dovremmo comprendere meglio in questa fase emergenziale è che noi siamo chiamati a garantire una custodia provvisoria di questi bambini e a farlo il più possibile nel rispetto di alcuni principi che l'Occidente si è dato, che riguardano proprio i diritti dei bambini in un momento storico in cui si sta avviando la «Child Guarantee» europea. L'Europa ha detto a tutti i paesi che bisogna mettersi a lavorare seriamente sui diritti dei bambini perché ne parliamo da anni, ma li dobbiamo finalmente attuare.
Il primo diritto di un bambino è di essere amato, il diritto al riconoscimento, il diritto ad essere amato per quello che è, nella sua identità, nella sua singolarità, non perché assomiglia alla mamma o assomiglia al papà, perché risponde alle aspettative del nonno, etc., ma per quello che è, non per quello che fa, per i voti che porta a casa, etc.

Cos'è l'amore ?

Paola ha ammesso che nel mondo dei servizi, nel mondo dell'educazione, a volte si è fatta un po' di confusione dicendo che i bambini non vanno amati, sono i genitori che li devono amare. È passata l'idea che sia meglio meglio metterli in istituto, l'orfanotrofio oppure nel nostro contesto in comunità, perché c'è più distanza se no la famiglia affidataria si affeziona.
Occorre chiarire cosa sia questo amore. I Greci avevano tante parole per dire l'amore, per esempio distinguevano tra «eros» e «agape», con passione il «pathos», perché sono tutti concetti diversi; allora l'amore inteso come fratellanza, come cura dell'altro è un amore che è coerente con la mission professionale dei servizi per le famiglie affidatarie, degli educatori che vivono in comunità. Non si può condividere la quotidianità senza voler bene ai bambini, però questo deve essere un voler bene che non si appropria dei bambini, che non li lega in legami paradossali di ingiunzioni, che legano il bambino rispetto ai bisogni dell'adulto, ma deve essere un legame che libera il potenziale del bambino. Questo non è facile, lo sappiamo, ma i bambini in affido possono essere amati e vanno lasciati liberi come va lasciato libero qualunque figlio di crescere e di uscire dalla famiglia. In questo momento questi bambini hanno bisogno proprio di una sosta momentanea all'interno di un contesto affettivo solido che è tanto più solido quanto più lascia andare il bambino, non ci si impossessa, si garantisce la risposta ai suoi bisogni senza che il bambino debba rispondere ai bisogni dell'adulto. Questa è la maturità che dobbiamo avere in questo momento, garantendo sostegni alle famiglie affidatarie, luoghi di dialogo su queste cose e qualcuno con cui confrontarsi e fare questa esperienza di legami che generano solidarietà e non generano meccanismi che appropriazione.
Elvira ha aggiunto che si è creata una rete di famiglie che hanno dato la disponibilità ad accogliere bambini o nuclei familiari spezzati, solitamente mamme con bambini o zie, nonne con bambini. Mancano le figure paterne, rimaste in Ucraina per combattere. C'è un'accoglienza non soltanto nei confronti del minore, ma nei confronti di quel nucleo familiare, nel rispetto del genitore presente che è garante di un legame con quel bambino. I nuclei spezzati hanno una composizione variabile: mamma con bambino, mamma con più bambini, mamma con bambini adolescenti, che necessitano un altro tipo di attenzione, a volte anche mamme minorenni con bambini piccoli o piccoli gruppi di donne che si organizzano per venire in Italia tutte insieme. Il contesto dell'Ucraina è tanto diverso dal nostro e appunto come succedeva da noi negli anni '60 le donne hanno figli molto giovani non in età così tarda come sta succedendo da noi e hanno anche molti più figli di noi. Tante realtà diverse, anche piccole comunità di donne che hanno affrontato la separazione dai loro compagni, dai loro figli maggiori che magari sono nell'esercito, creando queste microcomunità e stanno cercando ospitalità insieme. Legami che evidentemente vanno rispettati.

Continuità e stabilità degli affetti

Paola negli orientamenti operativi pubblicati sul suo sito scrive che ci sono dei principi fondamentali da rispettare: il principio della continuità e stabilità degli affetti, il principio della personalizzazione, il principio della partecipazione, il principio del rispetto dell'identità, il principio dell arricchimento delle esperienze. Ogni bambino ha diritto all'educazione e alla salute. Ha spiegato che tanti anni fa lei e Marco Ius avevano pubblicato «Educazione, pentolini e resilienza», uno studio sulla resilienza realizzato studiando i bambini separati violentemente dalle loro famiglie ebree durante la Seconda Guerra Mondiale, quando i genitori venivano deportati e per non far portare via anche i bambini li hanno abbandonati nelle mani di qualcuno, in alcuni casi in sicurezza, in alcuni casi nelle mani di una prostituta o di sconosciuti; non sempre mani sicure, che poi si sono rivelate buone mani, si sono rivelati nella maggior parte dei casi dei grandissimi tutori di resilienza. Questi bambini li hanno intervistati una volta diventati anziani proprio per capire che cosa aveva funzionato come fattore di protezione, cosa aveva permesso questo percorso resiliente dopo una lacerazione così grande di tutti i legami. Una delle cose che hanno detto, se una cosa del genere dovesse ricapitare come oggi sta avvenendo, hanno suggerito di non cambiare il nome dei bambini, di chiamarli sempre con il loro nome cioè il rispetto dell'identità della persona, una cosa di cui abbiamo bisogno profondissimo come esseri umani. Il nome è la prima cosa che garantisce l'identità alla persona. I bambini ebrei per essere nascosti dovevano cambiare il nome e questo è stata una sofferenza enorme che loro ricordavano e ricordano ancora decenni e decenni dopo. Chiamare i bambini per nome significa garantire questa attenzione personalizzata. Hanna Arendt diceva «l'attenzione è la prima forma di cura» e sei tu e non cambia anche se tutto intorno a te è cambiato.
Occorrre avere rispetto per la loro lingua. Citando ancora l'esempio della scuola di qualche giorno fa, Paola ha ricordato che il preside saggiamente non ha chiesto a queste persone di parlare in inglese, ma ha fatto trovare una mamma ucraina che parlava in ucraino, rispettando la loro esigenza di mantenere la loro lingua.
 

Pedagogia del ritorno e accoglienza partecipata

Raffaele Iosa, un grandissimo ispettore scolastico da poco in pensione, che sta scrivendo in questi giorni per aiutare a riflettere su questi temi, ha già iniziato a parlare di una pedagogia del ritorno, ricordando che è evidente che il popolo ucraino è un popolo nazionalista e che loro non sono venuti qui per restare. Sono qui perché non possono stare a casa loro quindi li dobbiamo accogliere sapendo di accompagnarli poi un giorno verso un ritorno nel loro paese. Una riflessione importante che può aiutarci a garantire a questi bambini l'accoglienza di un contesto personalizzato, evitando l'istituzionalizzazione, e garantire la frequenza a scuola, le due chiavi di volta di questa faccenda. Per un bambino, in particolare per i bambini dai 3 ai 14 anni la scuola è l'ancora di salvezza in un momento in cui la famiglia è spezzata, i legami sono spezzati. La scuola è la campanella al mattino, il vero ritmo della giornata, è mangiare con gli altri, tornare a casa prima di pranzo e avere un impegno mentale il pomeriggio. È poter coltivare una passione e coltivare le passioni si è rivelato come un fattore protettivo di resilienza enorme nelle storie dei bambini separati durante durante la Shoah. C'è una maestra che riesce a vedere il tuo talento e ti permette di coltivarlo in questo momento di grandissima confusione.
È proprio una salvezza, senza enfatizzazione, una scuola che permette ai bambini la partecipazione, come anche l'accoglienza deve essere un'accoglienza partecipata. Costruire un progetto personalizzato, una valutazione della situazione di ogni bambino, costruita non per lui o su di lui, come se fosse un utente, ma con lui, dando voce alla sua esperienza, chiedendogli «di cosa hai bisogno?», «come vorresti vivere?»,»che cosa chiedi agli adulti che sono qui?», «hai capito perché sei qui?», «hai bisogno di informazioni?»,»che cosa non ti è chiaro?», «che cosa vuoi capire?»
Nel corso dello studio sui bambini separati durante la shoah una di queste persone anziane che ripercorreva con loro tutte le tappe della sua traiettoria biografica confidò che per lui la persona più importante, il suo vero e proprio tutore di resilienza, era stata la donna di servizio che, finita la guerra, un mese all'anno d'estate tornava a casa loro e accettava le sue domande. Era l'unica persona a cui poteva chiedere cos'era successo, porre i suoi tanti interrogativi rimasti senza risposta, per cercare di ricostruire una trama narrativa unitaria nella sua storia e questo è quello che dà solidità alla persona nonostante il trauma. La mamma era tornata sfinita, esausta, non era mai riuscita a parlare di quella tragica esperienza, Con lei non poteva parlare perché era traumatizzata a tal punto da non rendere possibile il dialogo. 

La scuola cosa deve fare adesso?

Alcune insegnanti in collegamento hanno chiesto in chat come comportarsi con i ragazzi di 12-14-16 anni che continuano ad arrivare nelle nostre scuole. Devono insegnare loro l'italiano per stabilire un dialogo? Non sempre c'è a disposizione qualcuno che parli ucraino che aiuti a comunicare.
Paola ha suggerito di ricorrere all'informatica; oggi abbiamo a disposizione sugli ipad dei software di traduzione automatica e ci sono i fondi per comprare questi strumenti informatici. L'altra importante risorsa è la comunità ucraina e russa che già da anni vive nel nostro paese, persone che si sono subito messe generosamente a disposizione.
Paola Milani ha aggiunto che essendo vicini alla fine dell'anno scolastico gli insegnanti con le ragazzze e i ragazzi ucraini non devono preoccuparsi di seguire il programma. L'unica preoccupazione è garantirgli una normalità, un'esperienza di quotidianità e di tranquillità nelle loro vite, di iniziare a costruire dei legami sociali e di dare alcune esperienze di apprendimento. Ha fatto l'esempio di un bambino di prima media che ha conosciuto in questi giorni, innamorato del disegno. Segue le ore di disegno di prima, seconda e terza e poi un po' di inglese, un po' di tedesco, un po' di ginnastica, un po' di musica, un po' di italiano e le altre cose le lascia perdere in questi primi giorni. Si costruiscono dei percorsi personalizzati sulla base di quello che i bambini possono fare anche sulla base delle loro conoscenze linguistiche e delle loro possibilità. Se a settembre ci troveremo ancora con questi bambini e probabilmente ne avremo anche di più, allora dovremo ragionare in modo diverso perché non sarà più un accoglienza dei bambini a scuola, sarà un processo di inclusione scolastica da avviare, sarà un'altra fase del lavoro. Per questi due mesi di scuola sarebbe tantissimo riuscire a garantire questa esperienza di normalità che dà il contesto educativo. La forza dell'educazione è quella di vedere le risorse delle persone e metterle in contatto col proprio «daimon», col proprio talento, permettere di svilupparlo e crescere grazie alla relazione con i pari.
Da quello che sta vedendo in questi giorni, ha scoperto che ci sono insegnanti straordinari nel nostro paese, stanno facendo un lavoro straordinario con una scioltezza e una capacità stupefacenti. Esperienze straordinarie che andrebbero raccontate di più invece della narrazione sulla guerra che di solito passa sui media, che parla della guerra con parole di guerra che incutono paura, che veramente accorciano l'orizzonte delle possibilità. Sono quelle storie che Italo Calvino definiva «ciò che inferno non è» a cui bisognerebbe dare maggiore spazio. 

Affido - aggiungere un bambino alla famiglia

Paola ha ammesso di aver imparato tantissimo in questi ultimi anni dalle esperienze di affido familiare che nel nostro paese è ancora poco sviluppato; ha annunciato con gioia che il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha appena avviato un tavolo per rilanciare la sfida di aggiornare le linee di indirizzo nazionali sull'affido familiare. Genitori provvisori che si mettono nell'attitudine di custodire i bambini, di proteggerli, consapevoli della provvisorietà del loro ruolo. Ci sono genitori che hanno insegnato tantissimo, soprattutto ci sono alcuni servizi per l'affido che lo hanno usato in maniera veramente innovativa e creativa. Hanno fatto affidi diurni, affidi leggeri, affidi nei fine settimana, affidi combinati con il lavoro dei centri educativi diurni cioè ci hanno insegnato che l'affido può essere davvero uno strumento «tailor made», come direbbero gli inglesi cioè «tagliato e cucito addosso» ad ogni bambino e ad ogni genitore. Può testimoniare di aver visto fiorire delle relazioni straordinarie tra famiglie affidatarie e famiglie di origine. Ha imparato che quando un bambino va in affido non si toglie il bambino alla famiglia di origine, si aggiunge un bambino, come raccontano le storie di «Mirta si fida» e «Mirta si fida. La famiglia Bottoni» di Annamaria Gatti e Elisabetta Basili, pubblicate da «La Meridiana». Libri illustrati straordinari che insegnano proprio questo: «l'affido non è togliere un bambino, è aggiungere una risorsa a una famiglia che per un certo periodo ne ha bisogno». Nei due libri viene raccontata la storia prima dal punto di vista di Mirta, poi da quello della famiglia.
Per concludere ha ricordato il grande potere terapeutico dell'immaginazione, del gioco, della fiaba, soprattutto nella scuola dell'infanzia. I bambini quando giocano partono da «facciamo finta che» e ricreano i loro mondi, ricreano il mondo, ricreano le relazioni dentro quel gioco. La maestra che sa non entrare, invadere il gioco, ma rispettare il gioco e alimentarlo dal di dentro permette al bambino di risignificare la sua esperienza e gli garantisce di poter padroneggiare l'esperienza attraverso la parola che lui mette sull'esperienza cioè da il nome alle cose che accadono, trasformandole attraverso il gioco. I bambini rinascono alla scuola dell'infanzia. Il movimento, l'esperienza di potersi muovere all'aperto, giocare e stare a contatto con l'ambiente, la forza di stare a contatto con la terra, con gli alberi, con l'orto, con tutte le cose che ci sono in questo periodo nelle scuole che stanno facendo delle cose straordinarie. Le mamme ucraine stanno andando nelle scuole a raccontare le fiabe ucraine, un patrimonio culturale di fiabe, di canzoni, di musica eccezionale. I genitori ucraini stanno portando nelle scuole dei saperi, delle esperienze e dei loro cibi. I bambini stanno mangiando cibo «krhin», in questo periodo delle scuole dell'infanzia stanno facendo le merende alle 4 con le torte ucraine.
Quando ci si chiede come parlare della guerra ai bambini a questo giustamente bisogna dedicare un tempo a parte, però noi nella nostra vita quotidiana, ognuno di noi con queste famiglie che ci troviamo vicine a casa, nelle nostre scuole, nei nostri servizi, noi costruiamo relazioni e siamo relazioni e garantiamo a questi bambini un'esperienza di relazioni di pace. Questa è la nostra risposta alla guerra.

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Biografia Paola Milani

foto Paola MIlani
Paola Milani
Ph.D., professore ordinario di Pedagogia Sociale e Pedagogia delle Famiglie, Direttrice del Centro di Pedagogia e Psicologia dell’infanzia dell’Università di Padova. Vincitrice del Premio ITWIIN per le donne inventrici e innovatrici, 2018, per la categoria Capacity Building, con la seguente motivazione: “Per la capacità di sviluppare sinergie nel trasferire un ambito di ricerca dall’Università al territorio a beneficio dei bambini in situazioni di vulnerabilità”. Da giugno 2019 nominata rappresentante italiano nella COST Action della Commissione Europea, The European Family Support Network. Autrice di più di 250 pubblicazioni scientifiche, sia a livello nazionale che internazionale, fra cui Progetto genitori, il primo libro italiano sul parenting support, che è stato nel catalogo Erickson per 25 anni e Educazione e famiglie. Ricerche e nuove pratiche per la genitorialità, Carocci, 2018, che ha vinto il Premio nazionale della Società italiana di pedagogia accademica.
Research leader di LabRIEF, il Laboratorio di Ricerca e Intervento in Educazione Familiare dell’Università di Padova, responsabile scientifico nazionale di P.I.P.P.I., Programma di Intervento Per Prevenire l’Istituzionalizzazione, il più ampio programma finanziato nella storia delle politiche sociali in Italia per il contrasto alla vulnerabilità familiare. P.I.P.P.I. è stato premiato come il progetto migliore nell’area della riduzione delle disuguaglianze (goal 10) al “Premio Pubblica Amministrazione sostenibile – II Edizione. 100 progetti per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030”. Inoltre, ha vinto l’European Social Network Award 2019 come primo progetto europeo per la sezione Methods and Tools.

(fonte https://eventi.erickson.it/convegno-minori-2021/speaker-detail/paola-milani)
 
 
bandiera della pace su un balcone










venerdì 27 gennaio 2017

racconto Tokyo 1940 - L'occasione mancata


In occasione del Giorno della Memoria sono tante le iniziative organizzate in tutta Italia e sul web per ricordare le sofferenze e lo sterminio del popolo ebraico e di tutte le vittime del regime nazista.
Spesso questo tipo di ricorrenze rischia di creare un sovraccarico mediatico in un solo giorno e indifferenza nel resto dell'anno, assuefazione alle tragedie umanitarie di ieri e di oggi.


Mi è piaciuto molto l'articolo realizzato dagli studenti del Liceo Scientifico Ricciotto Canudo di Gioia del Colle (scuola in cui ho studiato anch'io qualche decennio fa) che hanno voluto affrontare un aspetto poco ricordato del regime nazista: in occasione dei Giochi Olimpici del 1936 a Berlino il regime nazista mise in campo una macchina organizzativa e mediatica apparentemente perfetta per mostrare al mondo la propria efficienza e superiorità rispetto agli altri popoli.
 http://www.gioianet.it/attualita/13693-gli-studenti-del-canudo-e-la-giornata-della-memoria.html

Nel 2012 sul sito Braviautori  disputammo delle Olimpiadi Letterarie e una delle prove chiedeva di descrivere la cerimonia di apertura di un'edizione dei Giochi mai avvenuta.
Per l'occasione scrissi questo articolo sui giochi di Tokyo 1940, nella realtà mai disputati a causa della guerra, che mi sembra opportuno riproporre in questo giorno come messaggio di speranza, il sogno di un mondo senza conflitti. Ma anche come monito di come sia possibile riscrivere la storia, cancellando le cose che non ci piacciono, e quindi abbiamo il dovere di preservare la memoria delle tragedie passate per non dover rivivere gli stessi orrori.


Tokyo 1940: l'occasione mancata

In una calda giornata di metà settembre con una variopinta e spettacolare cerimonia sono stati aperti ufficialmente i Giochi di Tokyo 1940, XII edizione delle Olimpiadi moderne e prime disputate in territorio asiatico. Nell'impressionante maestosità del diamante verde dello Stadio Koshien a Nishinomiya, campo di baseball costruito nel 1924 e capace di contenere oltre 50mila spettatori, si sono ritrovate insieme per un giorno tutte le più alte personalità politiche, sportive e culturali del pianeta: dalla rappresentativa del Terzo Reich capeggiata da Goebbels e dominatrice dell'ultima edizione dei giochi ai rappresentanti del governo fascista italiano con Galeazzo Ciano, dal primo ministro inglese Churchill al collega francese Pétain e al segretario di stato americano Hull. Uniche grandi assenti Polonia e Cina a causa del conflitto armato in corso.
Nonostante un notevole lavoro diplomatico non tutti i paesi belligeranti hanno deciso di aderire alla tregua olimpica e consentire ai propri atleti di partecipare ai Giochi.
Notevole lo sforzo sostenuto dal Giappone che ha impegnato milioni di yen e una organizzazione di migliaia di persone per questa manifestazione che punta a mostrare al mondo intero la potenza dell'Impero del Sol Levante, cercando di superare i fasti di Berlino 1936.
In tutte le principali strade dell'isola sono esposte migliaia di bandiere olimpiche, con i tradizionali cinque cerchi colorati, simbolo dell'unione dei cinque continenti e della fratellanza tra i popoli. Tante anche le bandiere giapponesi, con il tradizionale sole nascente, ripreso anche nell'emblema olimpico.
Anche quest'anno, come nell'edizione tedesca, sono state piazzate decine di telecamere ai bordi dello stadio e degli altri campi di gara per riprendere l'evento. Una scelta ambiziosa, considerando che il sistema televisivo giapponese è nato solo lo scorso anno e il numero di televisori presenti nel paese è ancora piuttosto basso; dettata più che altro da ragioni politiche e propagandistiche e, soprattutto, dalla volontà di non mostrarsi inferiori all'alleato tedesco.
Spettacolare la sfilata folkloristica e degli atleti delle 47 nazioni in gara, un numero inaspettato fino a pochi mesi fa, a causa delle vicende belliche che hanno investito il continente europeo e, seppur in modo meno accentuato l'oriente e l'area del pacifico.
Come tradizione dall'avvio delle Olimpiadi moderne nel 1896 il primo paese a sfilare è stata la Grecia, culla dello spirito olimpico, seguita da tutte le altre nazioni, in rigoroso ordine alfabetico.
Un enorme serpente multicolore di uomini e donne di ogni razza, preceduti dai rispettivi portabandiera, ha lentamente percorso l'intero perimetro interno dello stadio, tra gli applausi del pubblico festante.
Quasi quattromila gli atleti in gara, famosi e sconosciuti, di nazioni grandi e piccole; per un giorno hanno sfilato insieme, dimenticando le rivalità politiche e i conflitti bellici per confrontarsi solo sul piano sportivo.
Tra i protagonisti più attesi lo squadrone tedesco, dominatore dei giochi di Berlino con 33 ori, capitanato dal campione di salto in lungo Luz Long.

Un grande atleta in cerca di riscatto, dopo aver perso l'oro olimpico nel salto in lungo dietro a un immenso Jesse Owens, vera stella di Berlino con i suoi quattro ori olimpici e oggi alfiere della agguerrita squadra statunitense. Tutti i riflettori presto saranno puntati sulla nuova sfida tra Long e Owen, con il ragazzo nero di Cleveland, oggi favorito, dopo un'impresa sportiva eccezionale e un record che certamente resterà a lungo imbattuto.
Grandi le aspettative anche nei riguardi degli altri paesi che hanno ben figurato nella scorsa edizione, guadagnando più di una medaglia d'oro: Stati Uniti (24), Ungheria (10), Finlandia e Francia (7), Svezia, Giappone e Olanda (6), Gran Bretagna e Austria (4), Cecoslovacchia (3), Argentina, Estonia ed Egitto (2).
La squadra azzurra, capitanata da Trebisonda "Ondina" Valla, prima donna italiana a vincere un oro olimpico, si presenta con un gruppo agguerrito.
Giulio Gaudini, Edoardo Mangiarotti e Franco Riccardi gli atleti di punta della scherma con all'attivo due ori individuali e due a squadre.
La nazionale di calcio di Vittorio Pozzo, Campione Olimpica a Berlino 1936 e Campione del Mondo nel '34 e '38, che punta a realizzare una doppietta storica.
Ulderico Sergo, oro a Berlino nella boxe — pesi gallo e Romeo Neri, oro nella ginnastica nel 1932, tornato in squadra dopo un brutto infortunio. E poi le squadre di vela, atletica, canottaggio, ciclismo e tanti altri.
Ultimo per cerimoniale è stato il Giappone in quanto squadra del paese organizzatore, accolto da una vera e propria ovazione sotto lo sguardo compiaciuto dell'imperatore Hirohito, circondato dalla famiglia imperiale e dai più alti dignitari. In onore degli atleti e delle personalità presenti, al termine della sfilata alcune giovani, vestite con costumi bianchi e rossi sono entrate lentamente sul campo di gioco, spargendo petali di rosa.
Giunte al centro del diamante si sono posizionate in modo da comporre la bandiera nazionale, applaudita con grande calore dal solitamente compassato pubblico giapponese.
Ha quindi preso la parola il primo ministro Fumimaro Konoe, che ha prima accolto gli atleti con un breve discorso di benvenuto e poi recitato la formula per l'apertura ufficiale dei giochi.
Finalmente ha fatto il suo ingresso la torcia olimpica, accesa qualche mese fa a Olimpia in Grecia, patria delle Olimpiadi; la fiaccola era passata di mano in mano da atleti e gente comune di varie nazioni, percorrendo mezza europa in una estenuante e suggestiva staffetta prima di essere trasportata via nave fino in Giappone.
Nel porto di Yokohama l'atleta tedesco Fritz Schilgen, ultimo tedoforo a Berlino 1936, aveva consegnato la torcia ai colleghi giapponesi che avevano continuato la corsa per le principali città del paese del Sol Levante. L'ultimo tedoforo, Sohn Kee-chung, trionfatore nella gara della maratona a Berlino, è salito da solo verso il grande braciere per accendere la fiamma olimpica, che arderà per tutta la durata della competizione sportiva, come nell'antico rituale greco.
Al termine del discorso sono stati liberati alcuni colombi, simbolo di pace e consegnati a tutti i portabandiera degli uccelli della pace origami, veri capolavori realizzati con fogli di carta piegata in maniera sapiente.
In rappresentanza dei componenti di tutte le squadre in gara, un atleta della nazionale svedese ha infine pronunciato il giuramento olimpico, una formula ispirata all'antico rituale greco, in rappresentanza di tutte le squadre.
Dopo questo suggestivo momento, è stato avviato il programma artistico, tenuto rigorosamente segreto fino all'ultimo istante.
Il momento è stato aperto da migliaia di figuranti vestiti con il caratteristico kimono che hanno fatto ingresso all'interno del campo di gioco, posizionandosi attorno alla bandiera, e si sono esibiti in danze e canti gagaku, accompagnate da strumenti tradizionali.
Un ritmo lento, scandito dai tamburi taiko e dai suonatori di biwa e strumenti a fiato ha incantato il pubblico giapponese e i numerosi spettatori stranieri, portandoli in un mondo di sogno. Perfetto il sincronismo dei danzatori, come mossi da un unico filo.
A seguire hanno fatto ingresso centinaia di allievi delle scuole di arti marziali giapponesi, che, sotto gli occhi attenti dei loro istruttori, si sono esibiti in spettacolari dimostrazioni dei kata, simulazioni incruente derivate dalle antiche tecniche di lotta giapponesi.
Per concludere i figuranti hanno composto dei suggestivi quadri animati, ripercorrendo velocemente la storia dell'impero nipponico, dalle origini, al periodo dei samurai e degli shogun fino ad arrivare al periodo Sho-wa dell'Imperatore Hirohito. Spettacolari, ma forse poco comprensibili da un pubblico non giapponese, anche per la velocità del susseguirsi delle rappresentazioni sceniche.
Una macchina organizzativa perfetta, frutto di una lunga preparazione e della proverbiale dedizione del popolo giapponese, che ha positivamente impressionato tutte le delegazioni straniere.
Non è difficile immaginare che questa olimpiade passerà alla storia come un evento irripetibile.


Nota
Le olimpiadi che si sarebbero dovute svolgere a Tokyo nel 1940 e che non videro mai la luce del sole a causa della guerra mondiale che contrapponeva una moltitudine di nazioni europee e orientali sarebbero sicuramente state uno dei più grandi eventi sportivi del secolo appena concluso. 
Non sapremo mai cosa sarebbe avvenuto, quali sarebbe stati i risultati storici che l'avrebbero contraddistinta, ne quali nuovi campioni avrebbe forgiato; ci piace immaginare che sarebbe stata una grande competizione, un evento capace di unire genti e culture, dove la battaglia aveva come unico scopo il potersi cingere di una medaglia, in contrapposizione a ben più cruente battaglie che da lì a poco avrebbero fatto scorrere fiumi di sangue in ogni angolo del pianeta, una follia che solo il genere umano poteva partorire. (N.d.A.)




lunedì 19 ottobre 2015

I viaggi di Tiziano Terzani 01


In genere evito di consigliare libri di autori molto noti, sia perchè già ampiamente pubblicizzati da altri più competenti di me, sia perchè spesso i best seller non offrono testi all'altezza dell'efficace campagna promozionale che li sostiene.
Ho letto recentemente due libri del giornalista Tiziano Terzani (Un indovino mi disse e Un'altro giro di giostra) che mi sono piaciuti molto e mi è sembrato giusto dedicare loro qualche riga anche per la particolarità di questi viaggi fisici e interiori nello stesso tempo, alla scoperta di luoghi lontani, ma anche del proprio io.

Vista la lunghezza dell'articolo, ho preferito dividerlo in due parti.


Tiziano Terzani
Tiziano Terzani è stato un bravo giornalista-scrittore, per anni corrispondente estero del settimanale tedesco Der Spiegel, testimone diretto,  "scomodo e non schierato", di molti avvenimenti che hanno cambiato la storia.
Un personaggio fuori dagli schemi, che parlava molte lingue e riusciva a essere sempre se stesso, sia davanti ai potenti della terra che di fronte alle persone più umili che incontrava.
Negli ultimi anni aveva anche assunto un abbigliamento e stile di vita orientale che mi ha sempre incuriosito. All'inizio pensavo che il suo vestirsi sempre tutto di bianco, con una lunga barba bianca "da santone", fosse solo un vezzo per farsi notare. Poi, leggendo i suoi scritti, ho capito che invece era parte di uno stile di vita, un modo per non sentirsi straniero, estraneo ai paesi e ai popoli con cui veniva in contatto, pur mantenendo sempre la sua identità italiana.
Il suo aspetto orientale e la conoscenza delle lingue locali gli hanno spesso permesso di arrivare in luoghi altrimenti inaccessibili per un occidentale, ma anche destato sospetti e causato problemi con le autorità locali.
Dichiarò una volta di aver cominciato a scrivere libri per riappropriarsi dellla propria lingua dopo aver vissuto in tanti paesi diversi e scritto per anni solo in tedesco. Una vasta produzione letteraria, che comprende libri ambientati in paesi e tempi diversi, reportage giornalistici e note biografiche, ai primi posti nelle classifiche di vendita anche a parecchi anni di distanza dalla sua morte.

I due testi che ho avuto modo di leggere finora raccontano due periodi particolari di Terzani, l'anno in cui scelse di non utilizzare l'aereo e il lungo viaggio alla ricerca di una cura alternativa per il tumore che lo aveva colpito.
Pur essendo opere indipendenti, consiglio di leggerle secondo l'ordine cronologico per poter apprezzare meglio i rimandi tra le due opere e i personaggi comuni.

Un indovino mi disse


Un indovino mi disseNel 1976 Terzani si trova a Hong Kong e un vecchio indovino cinese lo avverte di evitare di volare nel 1993 per evitare un grave pericolo.
Una predizione precisa, che parla di un rischio abbastanza usuale per un inviato di guerra abituato ad affrontare ogni difficoltà, che rimane per anni nascosta nel suo cuore. Negli ultimi mesi del 1992 il pensiero torna insistente a quelle parole e inspiegabilmente lo scettico Terzani decide di prendere sul serio quella profezia.
Una decisione non facile da spiegare agli altri, forse neanche a se stesso, che stravolge completamente i suoi ritmi di vita e di lavoro, imponendogli l'uso di mezzi di trasporto alternativi: macchina, treno, nave. Una scelta originale, per alcuni forse folle, che fortunatamente viene condivisa dal suo giornale che gli permette questo ritorno al passato, non privo di oggettive difficoltà: tornare a valutare i tempi e le distanze, prevenire gli imprevisti e gli ostacoli sul cammino.

Muoversi lentamente gli consente però di vedere le cose in maniera diversa, di riscoprire l'incontro con la gente comune, fare conoscenze interessanti, sfruttando la sua padronanza delle lingue locali. Gli permette soprattutto di riscoprire la vita reale dei posti visitati, lontano dall'omologazione  di alberghi e aeroporti, ormai identici in tutto il mondo, di cogliere piccoli particolari che in genere la fretta ci porta a ignorare.

In questo viaggio Terzani aggiunge anche una sua personale ricerca dei migliori maghi, indovini, veggenti di ogni paese visitato, alla ricerca di notizie sul proprio futuro; un mosaico di predizioni, terapie e consigli, raramente coincidenti tra loro e di strani personaggi, maghi, indovini, guaritori, offrendo un ampio spaccato delle credenze, leggende e superstizioni dei vari popoli.
Il suo atteggiamento leale, che unisce ironia e scetticismo toscano e rispetto delle tradizioni locali, viene apprezzato dagli interlocutori, che cominciano anche a parlare della loro vita, della loro storia.
In certi momenti sembra che i ruoli si ribaltino e Terzani, pur non presentandosi quasi mai come giornalista, riesce a fare delle vere e proprie interviste, dei ritratti delle persone incontrate.
Tornando in posti già visitati in passato riesce anche a offrire un quadro preciso dei cambiamenti avvenuti nel frattempo, spesso notando con amarezza quanto l'oriente mistico si stia oggi omologando alla modernità, facendo morire le proprie antiche tradizioni e omologandosi all'occidente.

Arricchiscono il testo una serie di aneddoti tratti dalla sua lunga esperienza in Asia, il racconto dei dialoghi con gente comune e personaggi famosi, di storie e leggende locali.
Laos, Thailandia, Birmania, Malesia, Malacca, Singapore, Sumatra, Cambogia, Vietnam, Cina, Mongolia, Russia, Inghilterra; tanti i paesi incrociati in questo viaggio particolare, dovendo spesso compiere lunghi giri e affrontare ostacoli burocratici per poter arrivare a destinazione.


Continua...





mercoledì 11 febbraio 2015

La mia amica ebrea (Rebecca Domino)

Ho sentito parlare per la prima volta di questo libro di Rebecca Domino lo scorso anno, leggendo un messaggio promozionale che ne annunciava l'uscita in occasione della Giornata della Memoria 2014, in contemporanea con "Quando dal cielo cadevano le stelle" scritto dalla sorella Sofia. Mi aveva incuriosito la particolarità di questi due libri, scritti da due sorelle e entrambi dedicati all'Olocausto, visto da punti di vista differenti, in qualche modo speculari.
Qualche mese dopo ho avuto modo di leggere e recensire i loro successivi lavori "Fino all'ultimo respiro" e "Come lacrime nella pioggia" e le due autrici mi hanno gentilmente concesso di leggere anche le loro prime produzioni, chiedendo un mio parere in merito.
Umiltà, talento e grande voglia di comunicare, di migliorarsi credo siano caratteristiche importanti di Rebecca e Sofia e di molti nuovi autori che ho avuto modo di conoscere, a dispetto delle critiche e dei pregiudizi che ancora circondano l'autopubblicazione.





Sono tanti i libri che affrontano il tema della guerra e della Shoah e non è facile raccontarlo in maniera originale e al tempo stesso storicamente verosimile. L'autrice Rebecca Domino anche questa volta ha svolto prima un buon lavoro di documentazione, in parte riassunto in una piccola appendice finale che aiuta a collocare gli avvenimenti narrati anche dal punto di vista cronologico.

Josepha Faber detta Seffi è una ragazzina tedesca di quindici anni che vive a Wandsbeck, quartiere di Amburgo, insieme ai genitori e al fratello Ralf. Suo padre è un calzolaio, reduce di guerra, che ha perso una gamba sul fronte russo, insieme al suo equilibrio psichico, dicono, e a molte delle sue certezze. E' iscritto al partito, ma senza troppa convinzione.
Suo fratello è iscritto alla Gioventù Hitleriana, legge e porta a casa continuamente opuscoli e libri di propaganda nazista, spesso litigando con suo padre per una diversa visione della politica hitleriana. Sua madre cerca di mandare avanti la casa, arrabattandosi con piccoli lavori di sartoria o cucendo in silenzio calzini per i soldati al fronte.
Seffi ha un carattere molto sensibile, "Seffi e le sue lacrime" la canzonano spesso le sue inseparabili amiche Anja, Jutte e Trudi che condividono con lei studi, giochi, passeggiate, i primi amori, l'illusione di riuscire ad avere una vita normale, sempre con la paura che ogni giorno possa essere l'ultimo.
Sogna di fare la scrittrice o l'insegnante come la signorina Abt, che dopo la chiusura delle scuole, tiene ancora lezioni in casa per le ragazze ariane non ancora fuggite in zone più sicure. E' cresciuta nella certezza della superiorità della razza ariana, con la convinzione che gli ebrei siano solo un pericoloso veleno. "Il fungo velenoso" recita il titolo di una sorta di fiaba antisemita allora in voga tra i giovani tedeschi, che suo fratello le ha fatto leggere, rimproverandola poi per aver espresso qualche perplessità, per lui Hitler ha sempre ragione e non possono esserci dubbi.

Una sera qualcuno bussa alla porta con concitazione, mettendo tutta la famiglia in apprensione. Tutti sanno che la Gestapo cerca le case degli ebrei per portarli via o per arrestare chiunque abbia commesso qualche crimine. Tutti hanno paura: basta poco, una sola parola fuori posto per finire nella lista dei sospetti.
Dopo molte esitazioni decidono di aprire, trovandosi davanti la signora Binner e due dei suoi figli, tre ebrei in cerca di aiuto. Il signor Faber conosceva il marito della donna, deportato in un campo di concentramento, e rimane perplesso di fronte alla sua richiesta d'aiuto, indeciso sul da farsi, mentre il figlio Ralf lo esorta a cacciarli via, minacciando di denunciarlo alla Gestapo.
Lo scontro è violento, ma il padre è irremovibile nell'offrire qualcosa da mangiare, un pezzo di pane imburrato alla figlia più piccola, svenuta per la fame. Seffi prepara il pane come ordinato da suo padre, ma non sa se ascoltare lui o suo fratello, che ha svolto il ruolo di capofamiglia in sua assenza.
Dopo un momento di forte tensione, Ralf si chiude nella sua stanza minacciando denunce e il signor Faber finge di allontanare i tre fuggiaschi, offrendo loro un rifugio in soffitta, all'insaputa di suo figlio.
Seffi e sua madre, per quanto titubanti, accettano di aiutarlo, portando ogni tanto di nascosto un po' di cibo (tre fette di pane imburrato).

Piano piano tra Josepha e Rina, sua coetanea, nasce un dialogo; Seffi comincia ad avere dei dubbi. Non comprende quali siano le ragioni di tanto odio verso gli ebrei, come tanti tedeschi non sa cosa avvenga realmente nei campi di concentramento, però considera gli ebrei una razza inferiore e non riesce ancora a concepire la possibilità che si possa essere loro amici.
In soffitta Josepha conserva i suoi vecchi libri e inizialmente non sopporta l'idea che la ragazzina ebrea possa toccarli, leggerli; poi la comune passione per la lettura le farà avvicinare, facendole scoprire la loro difficile vita, costretti da un anno a nascondersi come topi, senza mai poter vedere il cielo, fino a sentirsi responsabile della loro sorte, della loro salvezza.

Non posso certo riassumere in poche parole le vicende narrate in questo bel libro che ha il pregio di mostrare un lato poco conosciuto della guerra, il volto buono di una parte del popolo tedesco, di chi ha aiutato anche solo poche persone, spesso pagando duramente la propria generosità.
È un libro da leggere, una storia scorrevole che alterna momenti di spensieratezza e paura, amicizia e incomprensioni, speranza e dolore, che fa riflettere su come a volte le nostre presunte certezze si basino solo su pregiudizi e scarsa conoscenza del'altro.

Per finire una breve carrellata su alcuni personaggi che attorniano Josepha, voce narrante della storia:
  • Jens Faber, il padre. Dopo la sua esperienza tragica sul fronte russo è deluso dal suo popolo e indifferente nei confronti delle promesse di Hitler. Non fa mistero delle sue opinioni diverse, almeno in famiglia. Sceglie di ospitare la famiglia Binner per l'amicizia che lo legava al capofamiglia, da cui aveva anche ricevuto aiuto in un momento di difficoltà al ritorno dal fronte. 
  • Sabine Faber, la madre. Nonostante le sue paure e il suo odio verso gli ebrei, li accoglie e porta loro da mangiare alternandosi con Seffi, solo per amore di suo marito, la cui invalidità gli impedisce di salire in soffitta. 
  • Ralf, il fratello. Fa parte della Gioventù Hitleriana ed è convinto delle loro teorie razziali, della supremazia della germania sul resto del mondo, cosa che lo porta spesso a scontrarsi con suo padre, ormai disilluso. Considerato una sorta di "nemico" in casa e tenuto all'oscuro della presenza della famiglia Binner. 
  • Anja, amica. Leader del gruppo. A differenza di Seffi, lei e Jutte cominciano a provare interesse per i ragazzi, sperimentando i primi amori e le prime delusioni. 
  • Jutte, amica. Sempre dietro a Jutte, di cui imita ogni gesto e parola, seguendola in ogni azione. La festa per il suo compleanno distrae per qualche ora le ragazze dalle loro preoccupazioni per il futuro.
  • Trudi, amica. Silenziosa e poco appariscente, sempre accompagnata dalla sua maschera antigas, come per esorcizzare la paura della morte. 
  • Uriel Binner, fratello di Rina. Inizialmente scontroso e diffidente nei confronti di Josepha e della sua famiglia, come sua madre col tempo capirà gli sforzi fatti per mantenerli nascosti.


Titolo: La mia amica ebrea
Autore: Rebecca Domino
Traduttore: -
Editore: Rebecca Domino (Lulu)
ISBN: -
Formato: pdf
Pagine: 294
Prezzo: 1,99 euro
Scheda libro:
http://www.lulu.com/it/it/shop/rebecca-domino/la-mia-amica-ebrea/ebook/product-21416032.html


Recensione pubblicata anche su Braviautori il 11/02/2015
 www.braviautori.com/book_la-mia-amica-ebrea.html.

sabato 9 agosto 2014

poesia Nagasaki: 9 agosto 1945

Pochi giorni fa in tutto il mondo si è ricordato l'anniversario della prima bomba atomica, esplosa a Hiroshima il 6 agosto del 1945, una grande tragedia che ha fatto vivere per anni il mondo intero con l'incubo di una guerra nucleare.
Solo pochi giorni dopo scoppiava a Nagasaki un'altra bomba, a volte un po' dimenticata nelle celebrazioni ufficiali. Un crimine forse peggiore perché compiuto dopo aver visto gli effetti devastanti della prima bomba, senza neanche più l'alibi di non conoscerne il reale potere distruttivo.

Qualche anno fa ho scritto varie poesie su questo tema, compresa quella che segue, dedicata esplicitamente alla tragedia di Nagasaki. 
Vorrei dedicarla a tutte le vittime della follia umana, dei conflitti del passato e purtroppo anche delle tante, troppe guerre combattute ancora oggi e spesso dimenticate dai mezzi d'informazione.



Nagasaki: 9 agosto 1945

Quel giorno
un vecchio pescatore
gettava le sue reti,
come sempre.
Un bambino
librava nell’aria il suo aquilone,
fiero del suo lavoro,
e lo mostrava a sua madre
che allattava l’ultimo nato.
All’improvviso,
nel cielo
apparve un grosso uccello nero.
E un nuovo sole si accese.
Il grande albero
aprì la sua nera chioma,
avvolgendo tutto.
Fu solo un istante
e poi il nulla.
In un attimo
non ci fu più nessuno,
non ci fu più niente.
Il vecchio pescatore scomparve
in quel rogo infernale
e con lui la piccola giunca,
il porto,
il serpente di carta,
la lieta famigliola
e tutto ciò che,
un giorno,
era stato Nagasaki.
Quel giorno è lontano ormai,
ma in noi deve essere vivo il ricordo,
la paura di quel giorno,
di quell’ultima follia,
per poter dire ancora,
per sempre,
MAI PIÙ.


(tratto dalla raccolta Fogli diVersi
   






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