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venerdì 14 ottobre 2016

Rispetto per le donne e corretta informazione




Prendo spunto da un incontro tenuto recentemente a Gioia del Colle dalla giornalista Grazia Rongo per consigliare alcune utili risorse pe migliorare l'informazione riguardo alle donne, e in generale a tutte le cosidette categorie deboli (donne, anziani, bambini, stranieri, etc.), tema tornato d'attualità dopo i numerosi casi di cronaca e l'introduzione del reato specifico di femminicidio.

  
Serviva davvero un nuovo termine ?

Francamente non ho mai capito la necessità di coniare un termine specifico per specificare l'uccisione di una donna, quasi in opposizione all'omicidio che, ricordo, indica l'uccisione di un qualsiasi essere umano, indipendentemente dal sesso, dal'età o da altre caratteristiche individuali.
In alcuni casi si tende a differenziare con termini specifici i vari tipi di assassinio (infanticidio, uxoricidio, parricidio, matricidio, strage, pulizia etnica, genocidio, etc) per fini giornalistici o per sottolineare la gravità del reato.
Forse questo era l'intento iniziale anche di chi ha introdotto questo termine, a mio parere doppiamente offensivo per le donne.
Primo perchè usa la parola femmina, generalmente usata in modo dispregiativo al posto di donna o per indicare animali di sesso femminile. Non vorrei che diventasse un modo per considerare questo reato meno grave rispetto all'omicidio, renderlo accettabile in una cultura prettamente maschilista come la nostra.
Non sono un giurista o un linguista e non conosco nello specifico la legge in questione, condivido solo le mie riflessioni personali, fatte quando ho sentito per la prima volta questo termine.
Secondo perchè non esiste un analogo reato di "maschicidio": se viene ucciso un uomo è omicidio, se invece è una donna diventa femminicidio come se fosse qualcosa di diverso, non fosse comunque l'uccisione di un essere umano.
Analogamente esiste il reato di "uxoricidio" ma nessun termine analogo per l'uccisione del marito. Quasi che si desse per scontato che le donne debbano sempre essere vittime.
Purtroppo alcuni recenti vicende hanno tristemente dimostrato che alcune donne sanno essere altrettanto crudeli degli uomini.

Rispetto e informazione corretta
Tanti i casi di cronaca che si sono susseguiti negli ultimi anni, focalizzando e saturando l'attenzione dei mass media, spesso con una indecente attenzione morbosa, in genere volta a scavare nella vita privata della vittima, come a voler trovare le ragioni che hanno portato l'assassino al "folle gesto".
Quante volte abbiamo sentito gli assassini giustificare le loro azioni in nome dell'amore, della gelosia, li abbiamo sentiti dire di essere stati provocati?
Quante volte abbiamo visto le vittime dipinte dai mass media in maniera ambigua, mostrando le loro foto in costume da bagno o comunque poco vestite, o ascoltato commenti del tipo "se l'è cercata?".
E invece nessuna foto degli assassini, giustamente tutelati in nome della privacy fino a sentenza definitiva, per evitare facili processi mediatici, non mettere "il mostro in prima pagina".
Il dovere di cronaca spesso supera il diritto di chi ha perso la vita e dei suoi familiari di non vedere la loro vita privata, intima, scandagliata, radiografata, falsata a volte solo per creare un finto scoop o dare la notizia prima delle emittenti concorrenti.
Informazioni oggi prese arbitrariamente dai social network e che poi rapidamente e senza controllo rimbalzano su tutti i mezzi d'informazione, tornando sulla rete amplificati e con l'avvalllo istituzionale del "l'ha detto il tg".
Nonostante i codici di autoregolamentazione e altri strumenti nati per una informazione corretta e rispettosa, spesso si continuano a dare le notizie in maniera non corretta, a volte anche i giornalisti professionisti compiono imbarazzanti scivoloni informativi, omettendo il necessario controllo delle fonti e soprattutto il doveroso rispetto richiesto in questi casi.
Se non emergono all'attenzione altri casi di cronaca più "interessanti" per il pubblico si continua a ripetere, rielaborare, riciclare quei pochi elementi noti, spesso con la collaborazione di presunti esperti e opinionisti di professione che a volte conoscono poco o niente delle vicende, ma comunque con il loro autorevole parere incidono sulle reazioni dell'opinione pubblica.

La campagna "Io me ne curo"
Per venir fuori da questo calderone mediatico e poter distinguere chi fa informazione in maniera consapevole e rispettosa qualche anno fa alcune giornaliste riunite nel collettivo Gi.U.Li.A (Giornaliste Unite Libere Autonome) hanno realizzato uno spot antiviolenza in cui sottolineano l'importanza delle parole.
 L'importanza di distinguere tra carnefice e vittima e di non infierire mediaticamente su quest'ultima.




Tanti gli ambiti in cui la Giulia ha scelto di impegnarsi, partendo dai diritti delle donne, dalla lotta per la dignità e la fine della strumentalizzazione del corpo femminile, ma anche per la difesa della democrazia, la libertà di informazione e tanti altri temi.
Nata come gruppo di giornaliste unite per il cambiamento, oggi Giulia chiede anche la collaborazione di uomini e donne di buona volontà, non solo giornalisti, che credono nel cambiamento.
Riporto solo un breve stralcio della loro pagina di presentazione:
GIULIA dice basta all'uso della donna come corpo, oggetto, merce e tangente; abuso cui corrisponde una speculare sottovalutazione delle sue capacità e competenze.
Sul loro sito potete trovare il testo completo e i nomi delle giornaliste aderenti a questa rete.

guida Donne Grammatica e Media
C'è ancora molta confusione nel nostro paese riguardo ai nomi dei mestieri o delle cariche pubbliche da attribuire alle donne, ruoli finora tradizionalmente maschili, che in molti ancora fanno fatica a declinare al femminile.
Una mentalità prettamente maschilista, la logica del "finora si è fatto così", la paura delle novità, una certa ignoranza della lingua italiana e delle sue notevoli possibilità e varianti espressive: tanti elementi che hanno contribuito finora a evitare l'uso di certi termini al femminile.
Per aiutare le giornalisti e i giornalisti (e in generale chiunque si occupi di comunicazione) a usare un linguaggio rispettoso delle donne, evitando l'uso di termini inappriopriati o sessisti, è nata la guida Donne, grammatica e media, scaricabile gratuitamente in formato pdf.
Un volumetto agile sulla lingua italiana,  nato dalla collaborazione tra GiULiA e l'Accademia della Crusca, curato da Maria Teresa Manuelli e realizzato dalla linguista Cecilia Robustelli.
Un passo importante per una corretta parità di genere, anche dal punto di vista linguistico, basandosi sulla grammatica, ma anche sul buonsenso.

La guida sottolinea l'abuso di un'immagine della donna come essere inadeguato o addirittura inferiore rispetto all'uomo (il sesso debole) e un uso scorretto di termini maschili riferiti alle donne che occupano cariche istituzionali o svolgono mestieri tradizionalmente maschili, anche quando già esistono alternative valide.
A volte anche le donne si adeguano a questa mentalità, preferendo i termini al maschile come se conferissero un maggior prestigio.
Capita spesso, parlando di donne forti e autorevoli nel loro lavoro, di sentirle definite come "donne con gli attributi", come se una donna non possa essere semplicemente brava nel proprio lavoro, senza dover scimmiottare modelli maschili.
Personalmente trovo odiosa questa espressione (e i suoi analoghi più volgari) anche quando riferita agli uomini, un retaggio di un mentalità arcaica basata solo sull'istinto e la forza fisica.
Purtroppo c'è ancora tanto da fare per cambiare la nostra mentalità, nonostante siano passati quasi trent'anni dal primo studio sul sessismo nella lingua italiana curato dalla linguista Alma Sabatini.
Paradossale che la resistenza a declinare i titoli al femminile riguardi soprattutto ruoli professionali o istituzionali "alti" mentre non incontrano alcun ostacolo quelli che indicano lavori "comuni" come commesso, impiegato, maestro, operaio, parrucchiere, etc.
Triste che non si dica ancora la giudice, la ministra, la prefetta, la sindaca, l'ingegnera, etc. preferendo l'analogo maschile che a volte crea situazioni ambigue.

La guida affronta la questione in maniera dettagliata, suggerendo le alternative più valide e le forme ormai obsolete. Talvolta però restano dubbi o situazioni poco chiare come quando bisogna riferirsi a più persone di sesso diverso.
Le vecchie regole proponevano in questi casi l'uso del maschile inclusivo; una forma rapida e accettata dall'uso comune, ma non priva di ambiguità lessicali e che di fatto nascondeva la presenza della componente femminile.
Oggi giustamente si cerca di fare le opportune distinzioni di genere, ma a volte si è costretti ad
appesantire il linguaggio con ripetizioni o lunghe perifrasi "di compromesso".
Alcuni esempi:
  • I ragazzi vanno a scuola (non sappiamo se ci sono anche ragazze)
  • Le ragazze vanno a scuola (erano sono di sesso femminile)
  • Le ragazze e i ragazzi vanno a scuola (forma che include tutti, ma più lunga).
Nella terza forma in genere si mette prima in termine femminile (forse per cavalleria), ma credo non ci sia ancora una regola fissa.
In alternativa al maschile inclusivo a volte si usano delle formule neutre, senza riferimenti all'identità sessuale oppure verbi in forma impersonale o passiva.
Spesso sono le anche le donne a preferire l'uso delle forme maschili per le professioni, come se conferissero una maggiore dignità e autorevolezza e questo certamente rallenta il processo di cambiamento perchè finisce per disorientare i lettori.
Conlcludono la guida una breve presentazione della rete Gi.U.Li.A (Giornaliste Unite Libere Autonome) e delle sue attività e un utile vocabolario sintetico delle professioni. declinate al maschile e al femminile.






mercoledì 17 dicembre 2014

Cyborg 1.0 (Roberto Serafini)





Un libro che mi ha subito incuriosito per il titolo e la tematica trattata, affrontata in maniera originale, unendo l'aspetto fantascientifico a un bel lavoro di analisi dell'animo del protagonista e del rapporto uomo macchina. Una bella storia che offre anche molti spunti di riflessione.

copertina Cyborg 1.0


John Miller, ingegnere biocibernetico della Cyborg Corporation, ha dedicato dieci anni della sua vita alla progettazione di una macchina rivoluzionaria, un cyborg dalle fattezze umane in grado di aiutare sia nelle normali azioni quotidiane che in impegnative operazioni di soccorso.
Un sogno, una fissazione che lo ha accompagnato fin dal giorno della sua laurea al Massachusetts Institute of Technology di Cambridge e che ha condiviso fin dall'inizio con il suo amico fraterno e prezioso collaboratore Ted Anderson  e con Will Hunter, presidente della Cyborg Corporation di Philadelphia, che ha creduto nel suo progetto e aspetta di mettere in produzioneal più presto i nuovi cyborg.


Dopo la presentazione ufficiale di Venus, prototipo del "Cyborg 1.0" racchiuso nelle fattezze di una avvenente ragazza, John decide di effettuare ulteriori test sulle capacità decisionali e di relazione della macchina, di verificare come essa viene percepita esternamente.
Accompagnato da Venus, che tutti scambiano per la sua fidanzata, si ritira per qualche giorno a Salisbury, nella vecchia casa dei suoi genitori, da anni in abbandono dopo la loro morte.
Nella casa paterna riaffiorano ricordi e incubi del passato, ma nasce anche un rapporto speciale con Venus, che lo aiuta lentamente ad uscire dal proprio guscio, a riassaporare il contatto con un altro essere "vivente", dopo anni di isolamento volontario.


Serafini è molto bravo nel raccontare la convivenza tra John e Venus, dandoci la possibilità di riflettere sul rapporto uomo-macchina attraverso i loro dialoghi e l'ingenuità delle domande del cyborg, di interrogarci sul sottile confine tra anima e corpo, tra cosa è vita e cosa no.
Venus è una macchina apparentemente perfetta, dotata  di una intelligenza superiore, di un database enorme collegato a internet che le permette di sapere ogni notizia, è in grado di compiere infinite operazioni e imparare velocemente a svolgere nuovi compiti.
In apparenza è una donna vera e come tale viene percepita da tutti coloro che la incontrano, rimanendo spiazzati dalla sua vera natura. Come cyborg però può anche avere bisogno di interventi di riparazione, cosa che paradossalmente la rende forse più "umana".
A Salisbury John conosce anche Penny, una giovane vicina di casa segretamente innamorata di lui fin da bambina. L'incontro con le due donne, una reale e l'altra meccanica, lo aiuta a riaprirsi al mondo, affrontando anche i fantasmi del suo passato.
Tre destini che pian piano si intrecciano sempre più, fino all'inaspettato finale.



Titolo: Cyborg 1.0
Autore: Roberto Serafini
Traduttore: -
Editore: Youcanprint
ISBN: 9788891136800
Formato: cartaceo, epub e pdf
Scheda cartaceo: Sito personale - Youcanprint - IBS
Scheda ebook: IBS IBS pdf - Amazon - BookRepublic - Ultima Books

Recensione pubblicata anche su Braviautori il 17/12/2014
www.braviautori.com/book_cyborg-1-0.html 

domenica 17 agosto 2014

Come lacrime nella pioggia (Sofia Domino)

Qualche mese fa, vi avevo annunciato l'uscita dei libri delle sorelle Sofia e Rebecca Domino; finalmente ho terminato la lettura di Come lacrime nella pioggia, dedicato alla difficile condizione delle donne in India, e provo a condividere le mie impressioni a caldo, cercando, se possibile, di non ripetere quanto già scritto da chi mi ha preceduto nel recensire questo testo.






La prima cosa che mi ha colpito di questo libro è stata la copertina che a mio parere sintetizza perfettamente il contenuto del libro, con quello sguardo malinconico, ma deciso, rispecchiato nel vetro e proiettato verso il futuro, come immerso nei propri sogni.
Come lacrime nella pioggia è una lettura non sempre facile, che alterna momenti di serenità e di forte drammaticità, rievocando in maniera molto realistica vicende che purtroppo continuano ad accadere ogni giorno in India e in tanti altri paesi in cui non c'è alcun rispetto per la donna.

Apprezzabile la scelta di diffondere il testo gratuitamente (può essere richiesto il file PDF all'indirizzo sofiaromanzo@yahoo.it) e di abbinarlo a una petizione in favore delle donne indiane su Change.org, e all'invito a donare invece il corrispettivo del prezzo ad Amnesty International, la più grande organizzazione per i diritti umani. Un modo anche per creare un rapporto diretto con i lettori e ascoltare i loro suggerimenti.


Come lacrime nella pioggia è la storia dell'amicizia tra l'americana Sarah Peterson e l'indiana Asha Sengupta, un incontro che va oltre le differenze culturali e le unisce in una lotta impari contro una concezione profondamente maschilista e discriminatoria della donna.

É diviso in tre parti, narrate in prima persona, due con la voce di Sarah e una con quella di Asha. Coraggiosa la scelta di raccontare la storia in prima persona e affrontare da un punto di vista femmminile il ruolo marginale dela donna nella società indiana.

Sarah è una ragazza di 22 anni di New York, appassionata di fotografia, fidanzata con Abhai Mailakar, originario del villaggio indiano di Kailashpur. Prima del matrimonio i due fidanzati decidono di recarsi in India per conoscere la terra natale di Abhai, un villaggio povero, insalubre e privo di tutte le comodità a cui loro sono abituati.

Subito si scontrano con una società fortemente maschilista dove la donna è considerata meno di niente, a cominciare dal modo in cui viene presentata, mai con il proprio nome, ma sempre come "la figlia di...", "la futura moglie o la moglie di...", "la sorella di...", quasi che non abbia una propria identità, autonoma da quella di un maschio della famiglia.
La ragazza cerca di adattarsi alla situazione, accettando malvolentieri alcune regole del villaggio per non offendere i parenti che li ospitano, ma non può sempre reprimere la sua forte personalità, che la porta a condannare apertamente le ingiustizie che vede, inimicandosi gli uomini del villaggio.
Loro non capiscono la sua diversità e non accettano il suo atteggiamento, a volte quasi arrogante, il suo impegno per cambiare le regole. Non la sopportano e non ne fanno mistero, rispettandola solo perché straniera e futura moglie di Abhai.
Legate da una promessa di reciproco aiuto, le due donne cercheranno in ogni modo di impedire che Asha sposi un uomo che non ama, scontrandosi con una mentalità chiusa, subendo insulti, bugie e inganni, violenze fisiche e psicologiche, senza mai perdere la speranza.
Lo sguardo vuoto e inespressivo della maggior parte delle donne del villaggio, si contrappone in ogni pagina a quello determinato di Asha e Sarah, ai loro tentativi di farsi ascoltare, di spiegare che è possibile credere in un mondo diverso.

Nella storia di Asha è riassunta la drammatica condizione della donna indiana, costretta a sposarsi in tenera età e diventare proprietà di un uomo che spesso neanche la ama, privata di ogni diritto, della possibilità di far sentire la propria voce, di dire e fare quello che desidera, senza dover sempre aspettare che un uomo le conceda la parola.
Forse anche per questo manca un lieto fine; la battaglia per i diritti delle donne purtroppo in tanti paesi è ancora tutta da combattere e speriamo si possa un giorno scrivere un nuovo capitolo di questa storia, quello della liberazione di tutte le donne indiane (e non solo) da ogni forma di schiavitù, culturale, sociale e sessuale.


La storia è ben scritta, alternando toni sereni e drammatici,  ma il testo a mio parere avrebbe ancora bisogno in alcuni punti di qualche aggiustamento e una attenta rilettura, magari in previsione di una futura nuova edizione cartacea o digitale.
La prima parte, l'avvicinamento al villaggio, risente un po' dell'intento didattico, della volontà dell'autrice di far conoscere l'India prima di immergere il lettore nella vita del villaggio e risulta un po' lento, in alcuni punti di difficile lettura, quasi noioso, ma evidenzia il minuzioso lavoro di documentazione svolto dall'autrice.
Proseguendo la lettura, il ritmo fortunatamente cambia e le vicende di Asha e Sarah e dei tanti personaggi di contorno, si rivelano pienamente, a volte anche in modo drammatico.
Molto negativo il ruolo degli uomini nella storia, a parte Abhai e suo padre, i soli ad appoggiare la lotta di Sarah per difendere i diritti di Asha e delle altre donne. Come uomo, nella lettura ho provato spesso rabbia per il loro modo di fare, per la loro l'incapacità di superare i pregiudizi e, a volte, per la loro malvagità e violenza gratuita.
Una storia che fa riflettere, che ci fa conoscere una triste realtà, tanti drammi che si consumano ancora oggi, nell'indifferenza generale, in quello che viene definito "il peggior paese dove nascere donna" (e purtroppo non solo lì).



Titolo: Come lacrime nella pioggia
Autore: Sofia Domino
Traduttore: -
Editore: -
ISBN: -
Formato: pdf
Pagine: 281
Prezzo: Gratuito (mandare una mail a sofiaromanzo@yahoo.it)
Scheda libro: http://www.goodreads.com/book/show/21976661-come-lacrime-nella-pioggia?


Recensione pubblicata anche su Braviautori il 17/08/2014
www.braviautori.com/book_come-lacrime-nella-pioggia.html

martedì 3 settembre 2013

L'ultima donna della Terra (Ubaldina Mascia)


Ho incontrato per caso in un un forum anni fa la scrittrice Barbara Risoli e visitando il suo sito ho scoperto questo bel libro, scritto da sua madre Ubaldina Mascia, prematuramente scomparsa, da lei recentemente riproposto in versione ebook Kindle.
Una lettura piacevole, un po' vecchio stile, di quando per fare buona fantascienza non servivano troppi effetti speciali, ma solo buone storie. Un libro che sfata anche certi pregiudizi tutti italiani verso gli autori (e soprattutto le autrici) di fantascienza nostrani, spesso snobbati in favore di produzioni straniere non sempre di qualità, tanto che molti autori firmano le loro storie usando pseudonimi americaneggianti.



Sono ormai tante le opere letterarie e cinematografiche ispirate a "L'ultimo uomo sulla terra" per cui mi ha subito incuriosito, fin dal titolo, questa variante al femminile. Mi aspettavo (o forse temevo) l'ennesima storia di superstiti dopo un olocausto nucleare o qualcosa del genere. Invece questo libro mi ha sorpreso piacevolmente, narrando una storia originale e ben scritta, paradossale, ma che fa riflettere.
In un mondo dominato dalla scienza e dal desiderio di espandere l'Umanità al di fuori del proprio pianeta, alcuni scienziati hanno teorizzato che l'unico modo per poter viaggiare tra le stelle è liberarsi dei propri corpi mortali, divenendo puro spirito, pensieri. Per facilitare questo passaggio e raggiungere l'immortalità viene organizzato un vero e proprio suicidio di massa dove tutti, uomini e donne, entrano volontariamente in speciali macchine, moderne camere a gas, dove i loro corpi verranno disintegrati per non lasciare più alcuna traccia dell'essere umano. Al termine della loro opera distruttiva anche le macchine automaticamente si autodistruggeranno, lasciando il pianeta nella sua condizione naturale primitiva.
La gente accetta volontariamente questo destino assurdo; tutte le voci dissidenti sono state eliminate. Solo la giovane Rachele dubita e decide di infrangere la legge, nascondendosi all'interno di una delle macchine distruttrici. Sceglie di sopravvivere, di vivere, ormai sola sul pianeta. Unica sua compagnia il cane Sole.
Poi dal cielo arrivano delle strane creature, discendenti degli antichi abitanti del pianeta mandati in esplorazione dello spazio secoli prima, in grandi astronavi dove le generazioni si sono susseguite nello spazio. Tornano sul loro pianeta di origine, ma trovano solo Rachele.
Nel romanzo viene ben affrontato il tema dell'incontro/scontro tra culture e civiltà diverse, con riferimenti biblici o mitologici ben amalgamati nel testo e tanti interessanti spunti di riflessione.

Titolo: L'ultima donna della Terra
Autore: Ubaldina Mascia
Traduttore: -
Editore: -

Recensione pubblicata su Braviautori il 14/06/2013
http://www.braviautori.com/book_l-ultima-donna-della-terra.html

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